Istituzioni di Diritto Privato

Il diritto privato è quella branca del diritto che regola i rapporti intersoggettivi tra i singoli consociati (persone fisiche e persone giuridiche), in relazione alla sfera patrimoniale ma anche personale e familiare.
Il negozio giuridico: è una qualunque manifestazione di volontà volta a costruire, modificare o estinguere un rapporto giuridico.

Elementi essenziali del negozio giuridico sono: le parti, la volontà, la forma quando è prescritta e la causa. In alcuni negozi di tipo patrimoniali essenziale è anche l’oggetto come per esempio nella compravendita, il prezzo.
Vi sono, poi, altri elementi detti accidentali e sono: la condizione, il termine e il modus.

  • La parte: si intende i soggetti che pongono in essere il negozio giuridico; una parte può essere costituita da più soggetti. Potrà allora accadere che una parte di un negozio sia in realtà formata da più soggetti che assumono ruoli diversi; distinguiamo quindi: parte sostanziale che è il titolare dell’interesse oggetto del negozio giuridico fornito dalla capacità di diritto; parte formale che è colui che materialmente pone in essere negozio giuridico partecipandovi con la sua volontà. Normalmente queste due parti coincidono, nel senso che il titolare dell’interesse è anche colui che pone in essere l’atto, ma spesso accade che non si verifichi questa coincidenza; pensiamo al caso di un ‘imprenditore che, non potendo direttamente seguire tutti i suoi affari, conferisce un incarico (procura) ad un altro soggetto per la stipula di un contratto. Concluso il contratto, l’imprenditore sarà la parte in senso sostanziale sulla quale ricadranno gli effetti del negozio, mentre colui che ha concluso il contratto (il rappresentante) sarà la parte in senso formale. Ciò sarà possibile grazie alla legittimazione ricevuta dal rappresentante.
  • La volontà: è una manifestazione vera e seria quindi non effettuata attraverso un discorso docendi o per iattanza, per millanteria o pubblicità. Essa deve manifestarsi senza costrizine fisica e non intendiamo minaccia ma parliamo di violenza assoluta. La formazione della volontà può essere ostacolata anche quando il destinatario di una dichiarazione ha dato la sua adesione fraintentendo il vero senso del discorso, questo può essre dovuto per un errore vizio o per un errore ostativo. Quando invece un soggetto dichiara di voler un qualcosa che al suo interno nn vuole, con l’intento di ingannare parliamo di riserva mentale. Si parla anche in questo caso di simulazione ovvero, un soggetto è volto a dichiarare una volonta al quale non corrisponde la sua adesione. La simulazione si distingue in simulazione assoluta, ovvero un soggetto dichiara di voler porre in essere un negozio ma in realtà non pone in essere nessun negozio; simulazione relativa, ovvero,un soggetto dichiara di voler porre in essere un negozio ma in realtà ne pone in essere un altro. Gli effetti giuridici andranno a ricadare su ciò che realmente è stato posto in essere e non su ciò che si è fittiziamente e apparentemente voluto. Esempio: se a porre in essere un negozio sono dei debitori verso terzi, i creditori del simulato alienante hanno interesse ad invocare il carattere fittizio del negozio; i creditori del simulato acquirente hanno interesse a far riconoscere l’efficacia dell’atto. La giurisprudenza deciderà a favore dei creditori del simulato alienate che avranno precedenza sui creditori chirografi a soddisfarsi del bene, oggetto del contratto simulato.
  • La forma: (art. 1350) modo di manifestazione della volontà. Essa può essere tacita, la volontà si deduce dai fatti stessi ( es: la restituzione del credito equivale alla dichiarazione che si vuole rimettere il debito): espressa con parole, scritti o cenni che abbiamo lo scopo diretto della dichiarazione. Nei negozi solenni la forma è richiesta ad substantiam, in tali casi è prescritta dalla legge una forma speciale, pena la nullità. Essa può essere determinata dalle parti con atto scrittoe stabilito come requisito ad substantiam; quando invece è richiesta dalla legge come mezzo di prova di stipulazione, la forma è definita ad probationem.
  • La causa: ( art.1325) ragione e funzione economico – sociale di ciascun negozio da non confondere con lo scopo individuale, ossia, il motivo. Es: causa di tutti coloro che effettuano una compravendita è scambiare la cosa con il prezzo: esempio di vendita nulla perché manca di causa: compro da Tizio un libro che era già di mia proprietà. La causa va distinta dalla volontà e dall’oggetto, da precisare però, che se c’è volontà c’è anche causa. La causa se perseguita in concreto viene subito in rilievo per la qualificazione del negozio; se perseguita in astratto o viene in rilievo successiva,ente oppure solo eventualmente.

Se nel negozio manca una sola di queste componenti il negozio è da ritenersi nullo e quindi invalido.

Gli elementi accidentali sono clausole inserite nel negozio giuridico dalle parti, esse non sono necessarie ma una volta insierite diventano vincolanti per il negozio giuridico. Essi sono:

  • La condizione: costituisce una limitazione della stessa volontà agli effetti del negozio: essa può essere legale o tacita che indica un presupposto dal quale la legge fa dipendere l’efficacia dell’atto. L’evento posto in condizione deve essere futuro e incerto ( es: il giorno delle nozze di Tizio). La condizioni si distinguono: sotto il profilo degli effetti che producono in condizioni sospensive, ovvero, sospendono gli effetti fino all’avverarsi dell’evento; condizioni risolutive, ovvero, mirano ad eliminare il rapporto del negozio condizionato. Sotto il profilo della causa, esse si ditinguono in condizioni potestative, ovvero, quando l’avverarsi di un evento dièpende dalla volontà di una parte; condizioni meramente potetstative o arbitrarie, ovvero, quando manca la volontà di obbligarsi in chi dice; condizioni causali, ovvero, quando l’avverarsi di un evento dipende da un terzo; condizioni miste quando l’evento è prodotto dalla volontà del soggetto ed un elemento estraneo; condizioe illecita che rende nullo il negozio; condizione impossibile che rende nullo il negozio solo se sospensiva.
  • Il termine: riguarda eventi futuri e certi: esso ha efficacia ex nunc. Il termine può essere iniziale o finale e il periodo intermedio si dice che il termine corre e nn come la condizione che pende. Il termine non prò essere fissati per atti legittimi o puri; qualora il termine non sia stato fissato il creditore può chiedere immediatamente la prestazione; se invece per la natura dell’obbligazione il termine è necessario, esso è fissato dal giudice. Un termine può essere fissato a favore dell’una o dell’altra parte o di entrambe; se è fissato a favore del debitore questo può adempiere alla prestazione anche prima della scadenza ( termine di esigibilità), se invece è stabilito a favore del creditore, sarà questo a poter chiedere l’adempimento anche prima della scadenza ( termine di eseguibilità). L’art. 1186 asserisce che il creditore può chiedere l’adempimento della prestazione subito, se esiste un pericolo che minaccia il soddisfacimento del credito. Importante è il termine essenziale, esso si ha quando la prestazione è dovuta per un momento ben preciso, in modo che la prestazione successiva non possa farsi o non avrebbe valore.
  • Il modus: riguarda solo i negozi a titolo gratuito, ossia che non prevedono una controprestazione. È una modalità di esecuzione di un negozio a titolo gratuito. Il modus è un obbligazione secondaria rispetto alla liberalità dell’atto. Gli artt. 671 e 633 II comma stabiliscono che il beneficiario non è tenuto, nell’esecuzione del suo obbligo, oltre il valore di ciò che ha ricevuto; gli artt. 648 e 633 III comma stabiliscono che chiunque ne abbia interesse può agire per ottenere l’adempimento dell’onere. Il modus impossibile o illecito è nullo.

Gli elementi accidentali possono provocare l’annullabilità del negozio, ma non la nullità.

Il contratto è un negozio giuridico volto a costruire, modificare o estinguere un rapporto giuridico patrimoniale. La struttura del contratto consta di elementi essenziali e accidentali. Sono essenziali quelli la cui esistenza è richiesta dalla legge per la valida formazione del contratto, in modo che la mancanza di uno di essi lo rende nullo. Per l’art. 1325 c.c. gli elementi essenziali del contratto sono: l’accordo tra le parti, la causa, l’oggetto e la forma quando è prescritta.

  • L’accordo è il reciproco consenso delle parti in ordine al programma contrattuale. Con l’accordo si verifica l’incontro di due manifestazioni di volontà: quello di chi prende l’iniziativa per la stipulazione del contratto (proposta) e quella di chi, aderendo alla proposta, perfeziona il consenso (accettazione).
  • La causa è proprio la funzione economico-sociale a cui il contratto adempie: è lo scopo a cui tende, è quello che appare all’esterno (un contratto visto dall’esterno appare come uno scambio). La causa deve essere lecita: non contraria a norme imperative, all’ordine pubblico e al buon costume. L’illeicità della causa determina la nullità del contratto. Non bisogna confondere la causa con i motivi che variano essendo soggettivi e mutevoli. I motivi a differenza della causa non hanno, salvo casi particolari, rilevanza nel diritto privato. Per i contratti tipici, la causa è prevista dalla legge; per quelli atipici la causa non è predeterminata. L’autonomia privata può perseguire scopi molteplici vari purchè siano diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico.
  • L’oggetto è il contenuto del contratto, cioè il rapporto giuridico patrimoniale che le parti vogliono costituire, regolare o estinguere. L’oggetto della vendita è la realizzazione del prezzo (per il venditore) e l’ottenimento della proprietà della cosa (per il compratore). Deve essere: possibile, sia di fatto che giuridicamente;lecito, se conforme alle norme giuridiche; illecito nel caso contrario;determinato, cioè deve essere identificato nel momento in cui il contratto viene concluso, oppure deve essere determinabile, cioè nel contratto devono esistere elementi per individuarlo.
  • La forma consiste nel modo in cui la proposta e l’accettazione vengono manifestate. Essa è un elemento essenziale quando è prescritta dalla legge a pena di nullità (forma ad substantiam).

Il contratto ha tra le parti forza di legge, cioè vincola la parti al rispetto degli effetti che ne derivano, come fosse una norma giuridica. Si tratta del cosidetto principio della relatività dei contratti, secondo il quale il contratto produce i suoi effetti soltanto tra le parti, non pregiudica cioè i terzi, nè loro giova. Gli effetti che vincolano le parti non sono soltanto quelli da loro predisposti e voluti; ma anche quelli disposti dalla legge, dagli usi e dall’equità (integrazione del contratto) per colmare le eventuali lacune del regolamento contrattuale. Per determinare quali effetti le parti hanno voluto attribuire alle loro dichiarazioni, spesso poco chiare e lacunose, si ricorre talvolta a criteri predisposti dal codice civile per l’interpretazione del contratto. Si tratta di regole interpretative di carattere soggettivo, volte a la comune intenzione dei contraenti, e di carattere oggettivo, dirette ad attribuire un significato al contratto quando ciò non è stato possibile ricorrendo ai criteri soggettivi. Il contratto deve essere interpretato in buona fede, cioè tenendo conto non soltanto del significato dato alle parole da chi le esprime, ma anche di quello che ragionevolmente ad esse può dare chi le riceve.

Il contratto è invalido quando è privo di un elemento essenziale oppure è affetto da vizi. Le cause di invalidità del contratto sono la nullità e l’annullabilità.

La nullità si ha in quei asi dove sono presenti gli elementi materiale ma mancano quelli quelli giuridici dell’atto. Cause di nullità sono riportate dall’art. 1418 e sono: riguardo ai soggetti quando vi è mancanza di capacità di agire; riguardo la volontà quando una dichiarazione è fatta senza intenzione e con mancanza di serietà; riguardo alla forma quando è richiesta ad substantiam; riguardo alla causa quando la causa è illecita o mancante; riguardo al contenuto quando l’oggetto è mancante, impossibile, illecito indeterminato. La nullità dovrà essere accertata dal giudice, essa può essere invocata da chiunque ne abbia interesse. L’azione di nullità è imprescrittibile.

L’annullabilità si ha nei casi in cui la sanzione di nullità sembri eccessiva. Le cause di annullabilità sono riportate dall’art. 1425 e sono: riguardo ai soggetti per incapacità di agire legalmente, accertata o dichiarata; riguardo alla volontà per vizi del volere, volontà apparente ma non interiore a causa di errore ostativo, errone nella trasmissione. L’annullamento è dichiarato con sentenza costitutiva su domanda di chi sia legittimato a richiederlo. Esso è proponibile dalla sola parte nel cui interesse è stabilito. L’azione di annullamento si prescrive in 5 anni.

La nullità e l’annullamento hanno effetto retroattivo nei confronti delle parti e dei terzi a norma dell’art 1424 che ci parla di conversione. Un negozio giuridico nullo può essere convertito in uno nuovo utilizzando gli elementi validi di un atto ed eliminando quello invalidi. La conversione può essere: formale quando mantiene lo stesso contenuto con stessi effetti; sostanziale quando un negozio si trasforma in un altro con effetti ristretti.

Il codice civile prevede, oltre ai casi di nullità e annullabilità esaminati, e ai negozi risolutori, alti due metodi di scioglimento del contratto: la rescissione e la risoluzione. Trattasi di due modi di scioglimento previsti per i contratti a prestazioni corrispettive nei quali il nesso di reciprocità tra le prestazioni sia difettoso.

La rescissione (scioglimento del contratto) è un rimedio che la legge concede a chi ha subito condizioni contrattuali ingiuste.L’ordimaneto giuridico nei contratti a prestazioni corrispettive presuppone l’equivalenza delle prestazioni: presuppone corrispettivo giusto quello liberamente determinato dalle parti. Può accadere, però, che una parte approfitti dello stato di pericolo o di bisogno dell’altra e imponga condizioni contrattuali inique o visibilmente sproporzionate. In tali ipotesi il contratto può essere rescisso.

Mentre la rescissione si verifica per cause sorte contemporaneamente alla conclusione del contratto (si parla di difetto genetico), la risoluzione si verifica per fatti sopravvenuti, cioè per cause che sopraggiungono dopo la conclusione del contratto stesso, determinandone lo scioglimento. Il codice penale prevede tre casi di risoluzione: per inadempimento; per impossibilità sopravvenuta; per eccessiva onerosità.

Possesso: In diritto si definisce possesso una situazione di fatto che consiste nell’utilizzare una cosa e nel disporne, nei modi e con i poteri che la legge attribuisce ai titolari di diritti reali sulla cosa stessa, è corrispondente all’esercizio di proprietà. Il possesso è regolato nel codice civile italiano dagli artt. 1140-1170 c.c.,il primo enuncia:

  1. Il possesso è il potere sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale.
  2. Si può possedere direttamente o per mezzo di altra persona, che ha la detenzione della cosa.

Il possessore può agire in giudizio a difesa del suo possesso con le azioni possessorie, senza avere l’onere di dare la prova di essere effettivamente titolare del diritto reale corrispondente. Le finalità della tutela possessoria sono:Rafforzare la tutela del titolare del diritto reale; mantenere la pace sociale evitando azioni di autotutela da parte del titolare del diritto reale. Le azioni strettamente possessorie sono due, l’azione di reintegrazione (detta anche di spoglio) e l’azione di manutenzione. Vi sono poi due azioni che possono essere esercitate non soltanto dal possessore in quanto tale, ma anche dal proprietario in quanto tale: la denuncia di nuova opera e la denuncia di danno temuto.

La denuncia di nuova opera: La persona che teme di ricevere un danno alla cosa in suo possesso od oggetto del suo diritto di proprietà o altro diritto reale di godimento, a causa di una nuova opera che un’altra persona intraprende su di un fondo proprio od altrui, può ottenere che il giudice vieti la continuazione della nuova opera, oppure che imponga a chi la compie il rispetto di opportune cautele. Il provvedimento non può essere chiesto se la nuova opera è terminata o è passato più di un anno dal suo inizio.

La denuncia del danno dovuto: La persona che teme di ricevere entro breve tempo un danno grave alle cose in suo possesso od oggetto del suo diritto reale, a causa di un altrui edificio, albero o altro, può ottenere che il giudice emani un provvedimento urgente per sventare il pericolo. Nonostante l’istituto abbia analoga funzione rispetto alla denuncia di nuova opera (tant’è che il Codice Civile lo accomuna a quest’ultimo ratione loci) esso se ne differenzia, in quanto tende a tutelare da situazioni di pericolo che possano insorgere da opere già esistenti; e l’attivazione dei rimedi a cui si riferisce è svincolata, al contrario della denuncia di nuova opera, da termini particolari.

Il possessore può acquistare il diritto reale corrispondente, quando non ne sia già titolare, grazie alla regola “possesso vale titolo”(chi ha un bene lo si presume proprietario) e all’usucapione (per il solo fatto di detenere presso di sé un bene per il tempo previsto dalla legge si diventa proprietario per usucapione) Le finalità degli effetti sostanziali del possesso sono: a) favorire la circolazione dei beni; b) tutelare il possessore senza titolo che utilizza effettivamente il bene. Infine i divisati effetti sostanziali avvantaggiano anche colui che, pur fondando il suo acquisto su una completa catena di acquisti derivativi, voglia provare la bontà del suo acquisto, e ciò in quanto nella ricostruzione di quella catena non deve proseguire oltre laddove incontri gli elementi sufficienti a fondare un acquisto a titolo originario.

Le azioni a difesa del possesso, conosciute anche come azioni possessorie, sono azioni previste dall’ordinamento giuridico italiano a tutela del possesso. La ratio delle azioni a difesa del possesso è quello di tutelare il cittadino che ha il possesso di un bene, dallo spoglio o da molestie o turbative provenienti da terzi. La necessità tutela risponde ad un’esigenza di ordine pubblico: quella di tutelare una situazione apparente, che parte dal presupposto che il possessore di un bene ne ha il legittimato godimento. La finalità è quella di evitare che i cittadini si facciano giustizia da soli, garantendo loro una rapida tutela della situazione di fatto. Le azioni a tutela del possesso sono disciplinate dal Capo III, del Libro III, del codice civile italiano. In particolare, gli articoli 1168 e 1169 prevedono l’azione di reintegrazione, mentre l’articolo 1170 prevede l’azione di manutenzione. L’azione di reintegrazione: ad essa è legittimato chiunque sia stato con violenza, anche non fisica, oppure occultatamente spogliato del possesso ed è volta ad ottenere la reintegrazione nel possesso stesso. In diritto italiano l’azione è regolata dall’articolo 1168 del Codice Civile.Legittimato all’azione non è solamente il possessore ma anche il detentore qualificato, che non detiene, cioè, per ragioni di servizio o di ospitalità o di amicizia. Stante che l’intenzione (o animus spoliandi) non si può accertare, essendo un elemento psichico interno: si dice che questo elemento sussiste oggettivamente, per il fatto che la privazione del possesso è stata arbitraria. (Avv. Francesco Marchetti) L’azione deve essere iniziata entro il termine di decadenza di un anno dallo spoglio, se violento, ovvero dal giorno della scoperta di esso, se clandestino.

L’azione di manutenzione è regolata dall’art. 1170 del Codice civile che recita: « Chi è stato molestato nel possesso di un immobile, di un diritto reale sopra un immobile, o di una universalità di mobili può, entro l’anno dalla turbativa, chiedere la manutenzione del possesso medesimo »

Il terzo comma ammette la medesima azione per reintegrare nel possesso del bene chi sia stato vittima di uno spoglio non violento né clandestino, ovvero a far cessare le molestie o le turbative di cui sia stato vittima il possessore. Per molestia o turbativa si intende qualunque attività che arrechi al possessore un apprezzabile disturbo, tanto che consista in attentati materiali, quanto che si estrinsechi in atti giuridici. La giurisprudenza ritiene che l’azione di manutenzione sia esperibile solo in presenza del cosiddetto animus turbandi, cioè dalla consapevolezza nell’agente, che il proprio atto arreca pregiudizio al possesso altrui. La legittimazione attiva spetta solo al possessore da almeno un anno in modo continuativo e non interrotto. Secondo la giurisprudenza a differenza dell’azione di spoglio, dettata dall’art 1170 cc, l’azione di manutenzione spetta solo al possessore e non al detentore qualificato. La legittimazione passiva compete a coloro che debbono rispondede del fatto di quest’ultimo, nonché, secondo la giurisprudenza, al cosiddetto autore morale. L’azione di manutenzione è soggetta al termina di decadenza di un anno che decorre dall’avvenuto spoglio.

In diritto la detenzione rappresenta la materiale disponibilità di una cosa. Essa è una situazione di fatto ben diversa dal possesso, che è definito all’articolo 1140 del codice civile italiano, e che viene inteso quale potere sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente alla proprietà o un altro diritto reale. Nel caso del possesso, infatti, non si riconosce ad altri un diritto sulla cosa.

Nella detenzione questo avviene, e risulta quindi essere situazione ben diversa. Infatti si può mantenere il possesso della cosa in modo diretto anche attraverso un’altra persona, che la detiene. Per fare un esempio pratico, se Tizio presta la sua automobile a Caio, questi non ne diventa il possessore, ma solo un detentore. Il possesso è ancora in mano di Tizio proprio per mezzo di Caio. Se Caio, invece, non riconosce che l’auto è di proprietà di Tizio, allora ne diventa possessore mediante l’uso (risulta ovvio che Tizio potrà rifarsi in giudizio su Caio). La “trasformazione” da detentore a possessore avviene allorquando occorra un atto di opposizione (visibile all'”esterno”) che neghi il riconoscimento del diritto altrui prima riconosciuto.

Associazione e fondazione: Nell’ordinamento giuridico italiano, l’associazione è una delle forme aggregative riconosciute dalla legge, che ne tutela la libertà costitutiva e le forme di attività. Ha base personale anche il comitato mentre la fondazione è caratterizzata esclusivamente dall’elemento patrimoniale. Le associazioni, riconosciute o non riconosciute come persone giuridiche sono gruppi di persone liberamente costituiti, che svolgono la loro attività prevalentemente attraverso prestazioni personali o patrimoniali, volontarie o meno, degli aderenti (associati). L’associazione è quindi la risultante di un contratto tra due o più soggetti con cui le parti si obbligano, attraverso una organizzazione stabile, a perseguire uno scopo comune diverso da quello per cui la legge stabilisce una forma particolare (come ad esempio avviene per le società che perseguono lo scopo lucrativo e le cooperative che perseguono uno scopo mutualistico).

La fondazione è un ente senza finalità di lucro costituito da un patrimonio preordinato al perseguimento di un determinato scopo. È creata dalla persona fisica o giuridica (fondatore) che destina il patrimonio allo scopo; i fondatori possono essere più d’uno. Può anche essere costituita attraverso una disposizione testamentaria: in tal caso sorge solo dopo la morte del fondatore e ha come patrimonio un suo lascito. Esistono due tipi di fondazione:

  • la fondazione operativa (operating foundation) che persegue il suo scopo direttamente, avvalendosi della propria organizzazione;
  • la fondazione di erogazione (grantmaking foundation) che persegue il suo scopo indirettamente, finanziando altri soggetti che lo perseguono.

Illecito contrattuale ed extracontrattuale: Si definisce illecito civile la violazione di norme poste a tutela di interessi privati; la legge consente ai singoli individui (titolari di tali interessi) di reagire, per ottenere che l’atto vietato venga inibito e che eventuali danni gli vengano risarciti. Gli elementi costitutivi dell’illecito civile sono:

  1. il fatto: può essere sia un comportamento svincolato da atti (ad es. scorrettezze precontrattuali, delusione dell’affidamento, ecc.) che un’attività giuridica.
  2. il dolo: è l’intenzionalità del fatto illecito coniugata con la consapevolezza delle conseguenze dannose e dell’ingiustizia del danno cagionato (la lettera dell’art. 2043 cod. civ. non richiede necessariamente il dolo, ma equipara questo alla colpa).
  3. la colpa: consiste nell’inosservanza della diligenza dovuta nella vita di relazione. La colpa prescinde dalla cattiva volontà del soggetto e va valutata secondo parametri oggettivi sociali o professionali di condotta; può dipendere da incuria, imperizia, imprudenza, illegalità (id est: inosservanza di norme giuridiche che prevedono misure atte ad evitare il danno, come ad es. il superamento dei limiti di velocità alla guida di un veicolo).
  4. il danno: lesione di un interesse giuridicamente protetto nella vita di relazione. Compende il danno emergente e il lucro cessante (cfr. art. 1223 cod. civ.)
  5. l’ingiustizia: il danno è ingiusto se cagionato non iure (provocato da un atto/fatto non autorizzato da una norma) e contra ius (l’interesse leso è meritevole di tutela, come ad es. i diritti della persona, la libertà negoziale, l’ambiente, la proprietà, il possesso, la concorrenza, l’informazione. Per la cosiddetta “atipicità” dell’illecito civile, sono ormai inclusi nella tutela anche gli interessi legittimi ed i diritti di credito, nel caso la lesione provenga da un soggetto diverso dal debitore (cd. tutela “esterna” del credito).
  6. nesso causale: relazione di causalità efficiente tra due eventi che identifica l’uno come conseguenza dell’altro. Il nesso di causalità rileva sia nella responsabilità contrattuale che nella responsabilità extracontrattuale, e deve sussistere tra condotta illecita e conseguenze pregiudizievoli.

Illecito contrattuale: si ha illecito contrattuale quando la lesione si riferisce a un precedente specifico rapporto obbligatorio. Violazione di un diritto relativo.

Illecito extracontrattuale (aquiliano): l’illecito si dice extra contrattuale quando si ha la violazione di un diritto o di una situazione giuridica tutelata in maniera assoluta.

Elementi del fatto illecito: Il Codice Civile, dall’art. 2043 all’art.2059, disciplina il fatto illecito definendolo fonte di lesione dei diritti assoluti altrui e fonte di obbligazione di risarcimento del danno provocato (responsabilità extracontrattuale). L’art. 1218 e seguenti del Codice Civile, invece, definisce come illecito la non osservanza delle precedenti obbligazioni (responsabilità contrattuale).

In materia di fatti illeciti, il più importante articolo del Codice Civile è l’art. 2043 che rappresenta al tempo stesso una clausola generale dell’ordinamento giuridico civile. Gli elementi costitutivi del fatto illecito sono:

  • il fatto illecito
  • il danno ingiusto
  • rapporto di causalità fra fatto e danno (elementi oggettivi)
  • dolo o colpa (elementi soggettivi).

Normalmente si risponde del danno che sia prodotto da attività: ingiusta, dolosa e colposa. L’atto giuridico illecito è composto:

  • dal fatto materiale,
  • dall’antigiuridicità,
  • dalla colpevolezza.

La prescrizione è un istituto giuridico che concerne gli effetti giuridici del trascorrere del tempo. Essa è regolata dall’art. 2934 che asserisce. O9gni diritto si estingue per prescrizione quando il titolare non lo esercita per un periodo di tempo determinato dalla legge. L’art. si riferisce ai diritti patrimoniali. Requisiti per la prescrizione sono: esistenza di un diritto che poteva essere esercitato dal soggetto; mancato esercizio del diritto stesso; passaggio del periodo di tempo stabilito dalla legge.

Secondo l’art.2946 il termine di prescrizione ordinario è di 10 anni, però vi sono anche prescrizioni più brevi di 5 anni ( art. 2947) come il diritto di risarcimento del danno derivante da atto illecito; 2 anni è invece il termine di prescrizione per il risarcimento danni prodotto dalla circolazione dei veicoli. In 20 anni invece si prescrivono i diritti reali su cosa altrui ( superficie, enfiteusi, usufrutto, servitù). Se l’obbligazione è stata adempiuta dopo la sua prescrizione, il debitore non può richiedere ciò che ha pagato spontaneamente. Vi sono prescrizioni brevi definite presuntive perché la legge ritiene che, trascorso il periodo di tempo indicato, l’obbligazione sia stata estinta ( le piu frequenti sono di 6 mesi, 1 anno, 3 anni). Caratteristica delle prescrizioni presuntive, è che il creditore, trascorso il tempo previsto, per far valere il suo diritto ha la facoltà di diferire il giuramento al debitore.

L’actio iudicati, ovvero quando interviene una sentenza il nuovo termine di prescrizione è decennale. Il tempo di prescrizione inizia dal momento nel quale il diritto può essere esercitato ( art.2955).

La sospensione: se il diritto per un certo periodo di tempo o inizialmente non si può esercitare, si ha sospensione. Essa riguarda: situazione soggettiva del titolare, ovvero, minore o interdetto per il tempo in cui siano privi di rappresentanza legale; militare di guerra. Relazioni specifiche tra chi se ne avvantaggia e chi deve subire la prestazione. Nei casi di sospensione vige la regola generale per cui il periodo in cui perdura la causa di sospensione non viene calcolato.

Interruzione: se il diritto viene esercitato dal titolare si ha interruzione. Essa si ha quando il titolare compie un atto nel quale la legge ravvisa la volontà di esercitare il proprio diritto. Dal momento dell’interruzione previste dalla legge sono: cause civili, ovvero, esercizio di atti giuridici di godimento del diritto; cause naturali, ovvero, esercizio di atti materiali di godimento del diritto.

La decadenza: mentre nella prescrizione il decorso del tempo porta la perdita di un diritto già acquisito; nella decadenza il decorso del tempo porta impedimento all’esercizio del relativo potere da parte del suo titolare, perché consiste in un’attività che il soggetto deve svolgere entro un dato termine. Un diritto può essere acquistato o un potere esercitato solo nel breve periodo stabilito dalla legge o dai soggetti interessati e l’interessato deve dare prova che ciò sia avvenuto. Alla decadenza non si applicano le cause di interruzione e sospensione.
Formazione del contratto: Elemento fondamentale del contratto è l’accordo e, una volta raggiunto, già possiamo affermare che, in presenza degli altri requisiti previsti dall’art. 1325 c.c., il negozio è perfezionato. il nostro codice conosce diversi modi di formazione del consenso, come l’ipotesi prevista dall’art. 1332 c.c. (adesione al contratto aperto) o attraverso l’esercizio del diritto di opzione, ma il modo “classico” della formazione del consenso si produce attraverso lo scambio tra proposta e accettazione trattato negli articoli 1326 e seguenti del codice civile. Vediamo, allora, cosa sono la proposta e l’accettazione.

La proposta è una dichiarazione recettizia contenente tutti gli elementi del contratto con cui una parte manifesta al destinatario la sua volontà di voler stipulare il contratto.

L’accettazione è una dichiarazione rivolta al proponente con cui il destinatario esprime la sua volontà di voler stipulare il contratto in maniera completamente conforme alla proposta. L’accettazione, quindi, per essere valida deve essere conforme alla proposta; se, invece, contiene degli elementi nuovi, varrà come nuova proposta e dovrà essere a sua volta accettata. L’accettazione, inoltre, oltre a dover essere conforme, dovrà essere tempestiva e cioè dovrà pervenire al proponente nel termine da lui stabilito o, in mancanza, entro il termine ordinariamente necessario secondo la natura dell’affare o secondo gli usi (art. 1326 c.c.). il contratto è concluso nel momento in cui il proponente ha cono scienza dell’accettazione dell’altra parte.

L’art. 1335 ci parla di presunzione legale, e ci dice che proposta, accettazione e revoca si reputano conosciute nel momento in cui giungono all’indirizzo del destinatario.

Stipula del contratto in forma ordinaria: il proponente invia la proposta contrattuale contenete tutti gli elementi del contratto; l’altra parte riceve la proposta e decide di accettarla, invia quindi l’accettazione al proponente. Il contratto è concluso quando l’accettazione arriva all’indirizzo del proponente.

Può invece accadere che il proponente non intenda aspettare l’accettazione avendo interesse a che il contratto sia subito eseguito. In questo caso il proponente invia la proposta dove la prestazione per natura dell’affare o degli usi deve eseguirsi subito; l’altra parte riceve la proposta e decide di accettarla ed esegue la prestazione. Il contratto è concluso nel tempo e nel luogo dell’ esecuzione. Si invia al proponente l’avviso dell’ inizio esecuzione; in mancanza di avviso l’accettante è tenuto al risarcimento danni. La proposta e l’accettazione possono anche essere revocate; l’art. 1328 c.c. affronta il problema:

  •  (revoca della proposta) il proponente invia la proposta e l’altra parte accetta ed invia l’accettazione al proponente ma il proponente ci ripensa e revoca la proposta. La revoca ha effetto se giunge al domicilio dell’accettante prima che sia giunta l’accettazione;
  • ( revoca dell’accettazione) il proponente invia la proposta, l’altra parte riceve la proposta e decide di accettarla ed invia ’accettazione al proponente ma poi ci ripensa e revoca l’accettazione.La revoca ha effetto se giunge al domicilio dell’accettante prima che sia giunta l’accettazione.

Capacità giuridica e di agire: La capacità giuridica è la idoneità alla titolarità di diritti e di doveri (art .1 cod. civ.). La capacità giuridica è riconosciuta ad ogni essere umano (persona fisica) oltre che alle persone giuridiche. Essa si acquista al momento della nascita; si distingue se si tratti di nascituro concepito o nascituro non concepito. Al nascituro concepito viene riconosciuto ai sensi dell’art. 462, la capacità a succedere mortis causa e ai sensi dell’art. 784, la capacità a ricevere donazioni. Al nascituro non concepito viene, invece, riconosciuto ai sensi dell’art. 462 III comma e art. 784 I comma, la capacita a ricevere successioni o donazioni. La capacità giuridica si perde con la morte,scomparsa, assenza e morte presunta.

La capacità di agire è la idoneità a compiere validamente atti giuridici (art. 2 cod. civ.). La capacità di agire si raggiunge con il compimento della cosiddetta maggiore età e può essere limitata o revocata in sede giurisdizionale (per esempio interdizione). La legge, che se ne occupa all’art. 2 del codice civile, presume che, compiuti i 18 anni, il soggetto sia legalmente capace di agire, ossia abbia raggiunto quella necessaria maturazione psico-fisica che lo renderebbe idoneo ad esercitare autonomamente i diritti e ad adempiere gli obblighi senza turbare il corretto andamento ordinamentale. Un caso particolare riguarda il matrimonio del minore, che al compimento del 16º anno acquista una limitata e circostanziata capacitas agendi attraverso l’emancipazione. La capacità di agire si estingue per morte o per interdizione (la quale può essere dichiarata anche prima del raggiungimento della maggiore età).

Emancipazione: Il minore emancipato è quel minore che, avendo contratto matrimonio,[senza fonte] non è più soggetto alla potestà dei genitori. Poiché l’età minima per contrarre matrimonio è sedici anni[senza fonte],
l’emancipazione può riguardare solo il minore almeno sedicenne.

Per la precisione, secondo il codice civile, è considerato minore emancipato colui che abbia compiuto i 16 anni, ma non ancora i 18, che sia ammesso dal tribunale per i minorenni a contrarre matrimonio. In tal caso il tribunale, su istanza dell’interessato, accertata la sua maturità psico-fisica e la fondatezza delle motivazioni rilevate nell’istanza, sentito il pubblico ministero, i genitori o il curatore può con decreto ammettere il minore a contrarre matrimonio. L’emancipazione interviene prima del matrimonio e permane anche se il matrimonio contratto è successivamente dichiarato nullo. L’emancipazione conferisce al minore la capacità di compiere gli atti che non eccedono l’ordinaria amministrazione. Il minore emancipato può, con l’assistenza del curatore, riscuotere i capitali sotto la condizione di un idoneo impiego e può stare in giudizio sia come attore sia come convenuto. Per gli altri atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, oltre il consenso del curatore, è necessaria l’autorizzazione del giudice tutelare. Per gli atti di straordinaria amministrazione, l’autorizzazione, se curatore non è il genitore, deve essere data dal tribunale per i minorenni su parere del giudice tutelare. Qualora nasca conflitto di interessi fra il minore e il curatore, a tutela degli interessi del minore è nominato un curatore speciale.

Accollo interno – accollo esterno: L’accollo è un contratto a favore di terzo che produce immediatamente effetti tra accollante ed accollato (accollo interno), mentre, con la dichiarazione di adesione, il terzo creditore estende a sé gli effetti della convenzione (si avrà, in questo modo, la conversione in accollo esterno). A seconda che il creditore aderisca o no l’accollo è esterno o interno”. Con il contratto di accollo (cd. Interno), l’accollato acquista un diritto di credito verso l’accollante che si sostanzia nella pretesa di ottenere da quest’ultimo o i mezzi necessari per provvedere all’adempimento della propria obbligazione verso il creditore, o nella pretesa di ottenere il rimborso della somme di denaro che impiegherà per estinguere il proprio debito ovvero nella pretesa che l’accollante adempia la sua obbligazione in qualità di terzo ex art 1180 c.c.. Quindi l’accollo interno è fonte di un rapporto di natura obbligatoria tra accollante ed accollato. Con il contratto di accollo cd. esterno , disciplinato dall’art.1273 c.c., l’accollante e l’accollato realizzano una modifica soggettiva ex latere debitoris dell’originario rapporto obbligatorio esistente tra accollato e terzo creditore, infatti, nell’accollo cumulativo l’accollante diviene, assieme all’accollato, titolare della situazione debitoria verso l’accollatario, mentre, nell’accollo privativo, l’accollante si sostituisce all’accollato nella titolarità della situazione di debito verso il terzo creditore. Pertanto, il contratto di accollo esterno ha un effetto modificativo di un preesistente rapporto obbligatorio. Quindi, l’accollo interno e l’accollo esterno perseguono lo stesso risultato finale (liberare il debitore dal peso del suo debito verso il creditore) attraverso la produzione di effetti diversi. L’accollo interno persegue il risultato della liberazione del debitore dal peso del suo debito, attraverso l’attribuzione all’accollato del diritto di pretendere dall’accollato o il rimborso delle somme impiegate per estinguere il debito o la somministrazione dei mezzi necessari per adempiere rapporto particolare con uno dei contraenti, tutte le volte in cui l’esecuzione della prestazione comporta dei rischi sia per la controparte sia, in virtù del particolare rapporto che lo lega a quest’ultima, per il terzo. In particolare in Cass.1997 n°8044 si legge “ è noto che l’accollo è inquadrato nello schema del contratto di favore del terzo (creditore) e si distingue in liberatorio e cumulativo, secondo che il creditore manifestando la sua volontà di volerne profittare, dichiari di liberare o meno il debitore originario; che quando manca, invece, l’adesione del creditore, si parla di accollo semplice, nel qual caso il rapporto si esaurisce tra accollante ed accollato, senza alcun effetto giuridico nei confronti del terzo creditore. L’accollo esterno, invece, persegue lo stesso risultato attraverso la modificazione soggettiva passiva del rapporto obbligatorio tra debitore originario e terzo creditore.

Il beneficio d’inventario è una dichiarazione resa con atto pubblico attraverso cui l’erede dichiara di accettare evitando, in tal modo, la confusione del suo patrimonio con quello del defunto. Con l’accettazione pura e semplice l’erede confonde il suo patrimonio con quello del defunto che divengono, in tal modo, un unico patrimonio; questa conseguenza può non sempre essere conveniente per l’erede, perché se nel patrimonio del de cuius i debiti superano i crediti, l’erede sarà tenuto comunque ad onorarli. Per questo motivo potrebbe convenire accettare l’eredità, non puramente e semplicemente, ma con beneficio di inventario in modo da non dover rispondere con il proprio patrimonio per i debiti che erano del defunto. A volte l’accettazione beneficiata non è facoltativa, ma obbligatoria; in particolare devono accettare con beneficio d’inventario:

  • i minori o gli interdetti (art. 471 c.c.);
  • i minori emancipati o gli inabilitati (art. 472 c.c.)
  • le persone giuridiche, le associazioni, fondazioni e gli enti non riconosciuti, escluse, però, le società commerciali (art. 473 c.c.).

La necessità della accettazione beneficiata non significa che questa sia automatica, perché è pur sempre necessario che vi sia un atto di accettazione compiuto (per quanto riguarda i minori e gli interdetti) dal tutore o dal genitore con l’autorizzazione del giudice tutelare, e per il minore emancipato e l’inabilitato, con il consenso del curatore e l’autorizzazione del giudice tutelare. l’art. 490, che dopo aver affermato che l’effetto principale dell’accettazione beneficiata consiste nel tener distinto il patrimonio del defunto da quello dell’erede, ne specifica le conseguenze. In particolare con l’accettazione beneficiata l’erede:

  • conserva verso l’eredità tutti i diritti e tutti gli obblighi che aveva verso il defunto, tranne quelli che si sono estinti per effetto della morte; in tal modo l’erede potrà soddisfare i crediti che aveva nei confronti del defunto;
  • non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti;in tal modo l’erede eviterà una damnosa ereditas, estinguendo tutti i pesi che gravano sull’eredità solo con l’attivo dell’asse ereditario senza intaccare il suo patrimonio;
  • i creditori dell’eredità e i legatari potranno soddisfarsi sul patrimonio ereditario a preferenza (e quindi prima) dei creditori dell’erede.

Ai sensi dell’art. 484 per la forma dell’accettazione dell’eredità beneficiata è necessario l’atto pubblico a pena di nullità; la dichiarazione deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni conservato nello stesso tribunale; entro un mese dall’inserzione, la dichiarazione deve essere trascritta, a cura del cancelliere, presso l’ufficio dei registri immobiliari del luogo in cui si è aperta la successione.

La trascrizione consente all’erede di pagare regolarmente i creditori o i legatari (art. 495 c.c.); la dichiarazione di accettazione deve essere preceduta o seguita dall’inventario.

L’erede che accetta l’eredità con beneficio di inventario può trovarsi o meno nel possesso dei beni ereditari, in tal caso: se l’erede è in possesso dei beni ereditari mesi dal giorno dell’apertura della successione o della notizia della devoluta eredità. Se non fa l’inventario entro i tre mesi, si considera che abbia accettato puramente e semplicemente; ugualmente accade se compiuto l’inventario, entro di quaranta giorni dal compimento medesimo non dichiara se accetta o rinuncia; se l’erede non è in possesso dei beni ereditari può fare la dichiarazione di accettare con il beneficio d’inventario fino a che il diritto di accettare non è prescritto.

Con l’accettazione con beneficio d’inventario il chiamato all’eredità diverrà erede, ma i suoi poteri sul patrimonio del defunto non saranno certamente quelli pieni che gli sarebbero derivati dalla accettazione pura e semplice; con l’accettazione beneficiata, infatti, l’erede diviene l’amministratore del patrimonio del de cuius, patrimonio che amministra nel suo interesse e in quello dei creditori e dei legatari; proprio perché l’erede amministra pur sempre delle cose sue, l’art. 491 c.c. prevede la sua responsabilità per l’amministrazione solo per colpa grave. Pagati i creditori e i legatari con l’attivo disponibile del patrimonio ereditario (art. 495 c.c.), l’erede non sarà responsabile per i crediti rimasti ancora insoddisfatti, mentre i creditori potranno ancora agire in regresso contro i legatari per le somme che sono ancora loro dovute.

Il beneficio di inventario decade per: alienazione dei beni ereditari senza autorizzazione (art. 493 c.c.); omissioni o infedeltà nell’inventario (art. 494 c.c.); nelle altre ipotesi previste dall’art. 505 c.c. (inosservanza delle procedure previste dalla legge).

L’inventario è una operazione dal carattere prevalentemente contabile (artt. 769 e ss. c.p.c.) che serve a determinare l’attivo e il passivo del patrimonio ereditario.

Il contratto preliminare è il contratto mediante il quale le parti si obbligano a stipulare un successivo contratto detto definitivo. Esso è adoperato in via quasi esclusiva per vincolare le parti alla stipula di contratti ad effetti reali, quali la vendita o la permuta. Ai sensi dell’art. 1351 Il contratto preliminare è nullo, se non è fatto nella stessa forma che la legge prescrive per il contratto definitivo. Se una delle parti non vuole stipulare il contratto definitivo, l’altra parte, a seconda se vuole procedere o meno con l’affare in corso, può invocare: l ‘articolo 2932 “Se colui che è obbligato a concludere un contratto non adempie l’obbligazione, l’altra parte, qualora sia possibile e non sia escluso dal titolo, può ottenere una sentenza che produca gli effetti del contratto non concluso.”; o l’articolo 1453 “Nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l’altro può a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno. La risoluzione può essere domandata anche quando il giudizio è stato promosso per ottenere l’adempimento; ma non può più chiedersi l’adempimento quando è stata domandata la risoluzione. Dalla data della domanda di risoluzione l’inadempiente non può più adempiere la propria obbligazione.” La fissazione del termine per la stipula del contratto definitivo non è considerata un requisito essenziale del preliminare, potendo le parti ricorrere alla disposizione dell’art. 1183 del codice civile o comunque potendone essere richiesta la fissazione al giudice. Inoltre la mancanza del termine non determina la invalidità del contratto preliminare. Le parti ricorrono al contratto preliminare quando, avendo determinato almeno i termini essenziali di un affare ed avendo trovato conveniente intendono “fermarlo” e hanno interesse alla stipula del contratto definitivo. Questo avviene in due casi prevalentemente: le parti si sono già accordate sugli elementi essenziali , e intendono senz’altro vincolarsi, perché gli elementi non ancora discussi sono solo clausole accessorie.

Le promesse unilaterali ( art.1987) sono negozi giuridici unilaterali con i quali un soggetto assume delle obbligazioni a suo esclusivo carico. Il negozio si perfeziona indipendentemente dalla accettazione del promissario . L a promessa unilaterale non produce effetti al di fuori dei casi ammessi dalla legge.

La promessa, infatti, è vincolante se inserita in un contratto avente valida causa; è invece insufficiente ed inadatta a far nascere un obbligo giuridico la semplice promessa unilaterale sganciata da qualunque figura convenzionale. è possibile che con una siffatta dichiarazione si riconosca che un debito, nato da valida ed idonea fonte, esista. Per il codice civile questa dichiarazione unilaterale, nota come “riconoscimento del debito”, non ha effetti sostanziali (cioè, non produce l’effetto di far nascere il debito cui si riferisce), ma ha soltanto un effetto processuale. Precisamente, determina quella che si chiama astrazione processuale: mentre per regola generale il creditore che agisce in giudizio contro il debitore ha l’onere di provare i fatti costitutivi del proprio diritto, cioè la fonte e la causa del suo credito, nei casi in cui il debitore ha riconosciuto il suo debito il creditore è dispensato dall’onere della prova del rapporto fondamentale’, ed il debito si presume esistente. Il debitore può invece provare, malgrado il suo riconoscimento, che il debito non è sorto o si è estinto. La norma da ultimo citata prevede lo stesso trattamento giuridico anche per un’altra dichiarazione unilaterale, cioè a dire la promessa di pagamento, in quanto nel concetto stesso di pagamento è implicito quello di debito da soddisfare. Il debitore che riconosce il suo debito o promette il suo pagamento sarà in una migliore situazione processuale (qualora, malgrado l’atto ricognitivo compiuto, voglia contestare la sua dichiarazione) nei casi in cui il riconoscimento o la promessa siano titolati, ovvero facciano riferimento, al loro interno, alla causa o al titolo da cui l’obbligazione è sorta.

Quando invece sono astratte, la contestazione non potrà essere diretta verso un fatto specifico, ma contro ogni fonte che il creditore indicherà come fatto costitutivo dell’obbligo. Sia il riconoscimento di debito che la promessa di pagamento legittimano il creditore ad accedere alla procedura monitoria.

Contratto a favore del terzo: la legge dichiara valido il contratto stipulato a favore di un terzo, purchè lo stipulante vi abbia interesse; il terzo acquista un diritto di credito nei confronti del promettente ( colui che dovrà esigere la prestazione nei confronti del terzo), poi vi è lo stipulante ( colui che vuole procurare un vantaggio a un terzo). Es: l’assicurazione.

L’indegnità è la situazione in cui si trova un soggetto che, per effetto di sue proprie azioni, va a perdere determinati requisiti necessari per l’esercizio di taluni diritti. Esempio: un figlio che uccidesse il padre per acquisire quale erede i suoi beni. E così via. Questo e altri casi sono stati definiti nel testo dell’articolo 463 del Codice Civile del 16/03/1942. È escluso dalla successione come indegno:

  • chi ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere la persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente, o un ascendente della medesima, purché non ricorra alcuna delle cause che escludono la punibilità a norma della legge penale;
  • chi ha commesso, in danno di una di tali persone, un fatto al quale la legge dichiara applicabili le disposizioni sull’omicidio;
  • chi ha denunziato una di tali persone per reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni, se la denunzia è stata dichiarata calunniosa in giudizio penale; ovvero ha testimoniato contro le persone medesime imputate dei predetti reati, se la testimonianza è stata dichiarata, nei confronti di lui, falsa in giudizio penale;
  • chi, essendo decaduto dalla potestà genitoriale nei confronti della persona della cui successione si tratta a norma dell’articolo 330, non è stato reintegrato nella potestà alla data di apertura della successione della medesima;
  • chi ha indotto con dolo o violenza la persona, della cui successione si tratta, a fare, revocare o mutare il testamento, o ne l’ha impedita;
  • chi ha soppresso, celato o alterato il testamento dal quale la successione sarebbe stata regolata;
  • chi ha formato un testamento falso o ne ha fatto scientemente uso.

Regime patrimoniale: Si intende il complesso di regole (di natura legale o convenzionale) che disciplina la titolarità e l’amministrazione dei beni dei coniugi. Pertanto, i singoli regimi patrimoniali, stabiliti dalla legge o scelti dai coniugi, concorrono a determinare il concreto regime patrimoniale che si applica ad una determinata famiglia. Il sistema introdotto dalla legge 19.5.95 n. 151 ha introdotto il principio della Comunione legale dei beni, come regime suppletivo che si applica, in mancanza della scelta di altro regime patrimoniale esclusivo (separazione di beni) o ai beni che non formano oggetto di altri regimi patrimoniali non esclusivi (comunione convenzionale o fondo patrimoniale). Non rientrano nel regime patrimoniale della famiglia altre convenzioni dirette a favorire il matrimonio, come la donazione obnuziale il cui oggetto rientra nel patrimonio personale del coniuge donatario, a meno di una espressa specificazione che i beni donati sono attribuiti alla comunione. Il regime patrimoniale si realizza attraverso l’annotazione delle convenzioni matrimoniali, a margine dell’atto di matrimonio; si tratta di pubblicità di natura dichiarativa che ha lo scopo di rendere opponibile ai terzi il regime patrimoniale della famiglia. Tuttavia alcune convenzioni, come il fondo patrimoniale, che crea un vincolo di destinazione a favore della famiglia su beni specificamente indicati ,o le convenzioni dirette a sottoporre al regime di comunione beni che siano di proprietà esclusiva dei singoli coniugi, se hanno ad oggetto beni immobili o mobili registrati, richiedono la pubblicità nei rispettivi registri (pubblicità relativa ai beni) con gli effetti propri cioè quello di dirimere il conflitto tra più soggetti aventi diritti reali sullo stesso bene.

I regimi patrimoniali della famiglia possono essere classificati sotto diversi punti di vista:

  • in considerazione della fonte dei singoli regimi che possono concorrere al complessivo regolamento dei rapporti patrimoniali tra coniugi si distinguono: Il regime legale e i regimi convenzionali
  • in considerazione della corrispondenza o meno dei regimi convenzionali a schemi predisposti dal legislatore si distinguono: i regimi tipici e i regimi atipici: sono quelli che non hanno un paradigma legislativo predisposto.
  • in considerazione dell’estensione oggettiva cui si applicano si distinguono: i regimi universali i regimi parziali
  • sotto lo stesso profilo si possono distinguere: i regimi generali i regimi specifici
  • in considerazione della possibilità di coesistenza si distinguono: regimi alternativi o esclusivi

In costanza di matrimonio, salvo diverso accordo tra i coniugi, il regime patrimoniale stabilito dalla legge è quello della comunione legale dei beni. Tuttavia, il regime della comunione legale, per volontà concorde degli sposi, può essere opportunamente derogato al momento della celebrazione del matrimonio, con conseguente annotazione a margine dello stato civile che i coniugi hanno scelto il regime della separazione patrimoniale. Una scelta analoga può essere fatta anche successivamente alla celebrazione del matrimonio, con atto avente la forma di atto pubblico (redatto cioè dinanzi ad un notaio). Fanno parte della comunione tutti quei beni che sono stati acquistati congiuntamente o separatamente dai coniugi dopo il matrimonio. Essi appartengono in parti uguali al marito ed alla moglie. Specificamente, ricadono in comunione:

  • gli acquisti compiuti dai coniugi dopo il matrimonio;
  • le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio (art. 177, 1° co. c.c.);
  • gli utili ed incrementi di azienda di proprietà di uno solo dei coniugi anteriormente al matrimonio, ma gestita da entrambi;
  • i risparmi dei coniugi.

Mentre sono esclusi dalla comunione i sguenti beni (art. 179 cc.):

  • beni di cui il coniuge era titolare prima del matrimonio;
  • beni acquistati da un coniuge per successione o donazione (salvo non sia espressamente dichiarato che sono attribuiti alla comunione);
  • beni di uso strettamente personale;
  • beni che servono all’esercizio della professione;
  • beni ottenuti a titolo di risarcimento danni;
  • pensione per la perdita totale o parziale della capacità lavorativa;
  • beni acquistati con il prezzo del trasferimento di altri beni personali o con il loro scambio, purché espressamente dichiarato.

I coniugi in regime di comunione legale dei beni possono agire con poteri disgiunti per il compimento di atti di ordinaria amministrazione, per quelli di straordinaria amministrazione devono, invece, agire congiuntamente. Lo scioglimento della comunione si può ottenere nelle seguenti ipotesi:

  • morte di uno dei coniugi;
  • dichiarazione di morte o di assenza presunta;
  • sentenza di divorzio;
  • sentenza o decreto di omologa della separazione personale;
  • fallimento di uno dei coniugi;
  • annullamento del matrimonio;
  • accordo convenzionale di abbandono del regime di comunione legale;
  • separazione giudiziale dei beni.

Con il venir meno della comunione, si può procedere alla divisione giudiziale dei beni in comune.

Alternativamente al regime di comunione legale dei beni, la legge permette l’applicazione del regime patrimoniale di separazione. Tale regime patrimoniale deve essere adottatato congiuntamente mediante una dichiarazione espressa dei coniugi da manifestare durante la celebrazione del matrimonio, o anche successivamente. Nel caso di separazione legale dei beni, ciascun coniuge rimane titolare esclusivo, non solo dei beni acquistati antecedentemente al matrimonio, ma anche di quelli conseguiti successivamente. Al coniuge proprietario dei beni spettano, in via esclusiva, il godimento e l’amministrazione degli stessi. Forme alternative al regime patrimoniale di comunione e separazione dei beni sono:

  • Comunione convenzionale: Marito e moglie, con accordo esplicito, possono costituire un regime patrimoniale diretto a disciplinare con modalità diverse il regime di comunione previsto e regolamentato dalla legge. Concretamente, i coniugi hanno una libertà di azione comunque limitata, poiché con l’accordo possono solo ricomprendere nel regime di comunione legale alcuni beni personali non inclusi nella comunione.
  • Fondo patrimoniale: Per accordo tra i coniugi, inotre, è possibile costituire un fondo patrimoniale, adottando un regime specifico per far fronte esclusivamente alle necessità della famiglia, mediante un vincolo di destinazione di particolari beni. Il fondo può essere costituito da entrambi i coniugi, oppure per volontà di uno solo di essi, con atto pubblico. Il fondo può essere costituito anche per volontà di un terzo, con atto pubblico o mediante testamento. Nel fondo possono rientrare solo beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri, oppure titoli di credito. Per ciò che attiene la proprietà e l’amministrazione del fondo, si applicano le norme sulla comunione legale dei beni.

Accrescimento: L’accrescimento è un fenomeno giuridico che opera di diritto quando in caso di chiamata congiuntiva uno dei chiamati non voglia o non possa accettare; in questo cado la sua parte si accresce agli altri. L’accrescimento è previsto e regolato dagli articoli 674 e seguenti del codice civile. Esso è un istituto tipico delle successioni testamentarie, ma si riscontra anche nelle successioni legittime ex art. 522, anche se in maniera molto particolare. Questo istituto cerca di porre rimedio ad anomalie che possono verificarsi dopo la morte del de cuius; in questo caso le anomalie consistono nel fatto che gli eredi (o i legatari) non possano o non vogliano accettare l’eredità o il legato; verificatasi questa situazione ecco che per l’art. 674 si avrà accrescimento delle quote degli altri eredi (o il subingresso degli altri legatari). Si cerca, in altre parole, di far salva una presunta volontà del defunto in modo da non togliere valore ad un eventuale testamento, oppure di non tradire lo spirito di una successione legittima, ma non sarà comunque necessario andare a ricercare una presunta volontà del defunto, sia perché quando il testatore abbia previsto una sostituzione non si avrà accestimento, sia perché, in mancanza di quest’ultima, l’accrescimento opera di diritto (art. 676 c.c.). Quindi se il de cuius abbia indicato nello stesso testamento più eredi (o più legatari) come destinatari delle clausole testamentari e uno di questi non voglia o non possa accettare Secondo l’articolo 674 andrà ad accrescere le quote degli altri eredi.

Le caratteristiche del diritto di accrescimento sono:

  • vocazione o chiamata congiuntiva nella successione legittima, questa si verifica nella successione legittima quando più persone sono chiamate nello stesso grado (art. 522 c.c.);
  • vocazione o chiamata congiuntiva nella successione testamentaria, sono necessarie in questo caso tre condizioni: Conuiunctio verbis: tutti gli eredi devono essere stati chiamati con un solo testamento; Coniunctio re: le parti di ogni coerede non devono essere state determinate o devono essere state determinate in parti uguali; non vi deve essere una diversa volontà del testatore.

Quando il chiamato non può o non vuole accettare non si applica automaticamente l’accrescimento, ma si seguirà il seguente ordine: sostituzione, in mancanza,rappresentazione, in mancanza, accrescimento.

L’accrescimento può aversi anche fra collegatari; in questo caso (art. 675 c.c.) è necessario che i più legatari abbiano avuto uno stesso oggetto diviso per quote uguali; il venir meno di uno dei collegatari farà accrescere le quote degli altri.

Parte della dottrina ritiene che in questo caso basti per il verificarsi dell’accrescimento la sola coniunctio re, cioè che sia stato legato lo stesso oggetto a più persone. Anche in questo caso l’esistenza di un diritto di rappresentazione prevale sull’accrescimento, ma se neppure accrescimento sarà possibile non si aprirà, ovviamente, la strada alla successione legittima (art. 677 c.c.); sarà l’erede onerato che riceverà la porzione mancante. L’accrescimento, infine, può verificarsi anche nel caso di legato congiuntivo di usufrutto.

In questo caso accade (art. 678 c.c.) che il legato abbia avuto ad oggetto un diritto di usufrutto, diritto diviso tra più legatari in parti uguali ed in seguito ad una chiamata congiuntiva. In questo caso, però, l’accrescimento si verifica anche dopo che uno (o più) dei legatari sia morto dopo aver conseguito il possesso della cosa su cui cade l’usufrutto, fatto che non si verifica nei casi ordinari di accrescimento.

In tutti i casi di accrescimento i coeredi o i legatari a favore dei quali si verifica, subentrano anche negli obblighi cui era sottoposto l’erede o legatario mancante, salvo che si tratti di obblighi di carattere personale ( art. 676 c.c.).

Sostituzione: La sostituzione testamentaria è un istituto di diritto successorio. Secondo il Codice Civile (artt. 688 e ss.), essa si determina quando il testatore istituisce erede o legatario una determinata persona e al tempo stesso dispone che ad essa debba subentrare un’altra persona, qualora si verifichi un determinato avvenimento (ad esempio mancata accettazione dell’eredità da parte dell’erede). Due sono le forme di sostituzione testamentaria previste dal nostro ordinamento giuridico:

  • la sostituzione ordinaria, in latino substitutio vulgaris, e la sostituzione fedecomissaria, a sua volta ulteriormente differenziabile in sostituzione fedecommissaria semplice ed assistenziale. Si ha sostituzione ordinaria quando il testatore prevede di sostituire l’erede o il legatario nel caso in cui il primo chiamato non voglia o non possa accettare la successione. Ad esempio: Istituisco erede Caio; qualora egli non voglia o non possa accettare istituisco erede Tizio.
  • Si ha invece la sostituzione fedecommissaria semplice quando il testatore impone ad un soggetto istituito erede o legatario l’obbligo di conservare i beni ricevuti in eredità o in legato e di restituirli alla sua morte ad un altro soggetto scelto dal testatore. Ad esempio: Istituisco erede Caio, con l’obbligo di conservare e restituire alla sua morte i beni ereditari a favore di Tizio.

Possono sostituirsi più persone a una sola e una sola a più. La sostituzione può anche essere reciproca tra i coeredi istituiti.

Rappresentazione: la rappresentazione è quell’istituto che fa subentrare i discendenti legittimi o naturali nel luogo e nel grado del loro ascendente, in tutti i casi in cui questi non può o non vuole accettare l’eredità o il legato. Succedono per rappresentazione:

  • in linea retta i discendenti dei figli del defunto ( ad esempio i figli sia legittimi che naturali del chiamato che ha rinunziato alla eredità):
  • in linea collaterale i discendenti dei fratelli o delle sorelle del defunto ( ad esempio i figli del fratello del defunto subentrano nella posizione del loro padre quando quest’ultimo abbia rinunziato alla eredità del loro zio).

Dopo la sentenza di parziale incostituzionalità dell’articolo 565, potrebbe ritenersi ammessa anche la rappresentazione tra fratelli. I discendenti possono succedere per rappresentazione anche quando hanno rinunciato alla eredità della persona cui subentrano (art. 468 comma 2); ciò fa intendere che i ” rappresentanti ” succedono jure proprio e non come eredi del ” rappresentato “.

Secondo l’articolo 469 del codice civile ” la rappresentazione ha luogo in infinito “. In altre parole i discendenti subentrano tutti quanti al posto del loro capostipite, indipendentemente dal loro numero anche quando uno stipite abbia prodotto più rami. Ad esempio, due figli del de cuius abbiano rinunciato all’eredità ed uno di loro aveva tre figli mentre l’altro ne aveva uno solo, l’eredità del nonno non verrà divisa in quattro parti uguali, ma in due parti uguali di cui una metà sarà ulteriormente suddivisa per tre, mentre l’altra metà andrà tutta intera all’unico figlio. Secondo l’articolo 467 comma 2 la rappresentazione si applica negli stessi modi della successione legittima anche nella successione testamentaria.

Il testatore, tuttavia, può aver previsto il caso in cui l’istituito non voglia o non possa accettare l’eredità o il legato designando la persona da sostituire. Può accadere, ad esempio, che nel testamento il testatore scriva: ” istituisco mio erede Tizio, ma nel caso in cui rinunzi all’eredità, istituisco mio erede Sempronio “. In queste ipotesi non si avrà rappresentazione e i figli di Tizio non subentreranno nella posizione del loro genitore.
Comitati: Le associazioni non riconosciute sono soggetti di diritto ma privi della piena personalità giuridica riconosciuta alle associazioni e fondazioni. Il codice civile se ne occupa agli articoli 36 e ss. e già si nota la loro soggettività nel prevedere, all’art. 36, che queste associazioni possono stare in giudizio nella persona di coloro ai quali è conferita la presidenza o la direzione, regola confermata dall’art. 75 comma 3 del c.p.c. Da ciò s’intende che sta in giudizio l’ente non riconosciuto, e non colui che li rappresenta che è, appunto, un semplice rappresentante dell’associazione.

Il patrimonio dell’associazione non riconosciuta si concreta nel fondo comune (art. 37 c.c.) , che costituisce il mezzo per raggiungere gli scopi dell’associazione e principale garanzia delle obbligazioni assunte dall’ente non riconosciuto. È previsto che, oltre che sul fondo comune, i creditori dell’associazione possono rivalersi sulle persone che hanno agito in nome e per conto dell’associazione, responsabili in solido, e che finché questa dura, i singoli associati non possono chiedere la divisione del fondo comune, né pretendere la quota in caso di recesso. Vi è quindi autonomia patrimoniale, anche se non perfetta.

Particolari sono i comitati previsti dall’art. 39 c.c. che possono essere costituiti per soccorso o beneficenza, oppure per promuovere opere pubbliche, monumenti, esposizioni, mostre, festeggiamenti. Si tratta quindi di un ristretto numero di persone che si occupa della questione e che costituisce il comitato per gli scopi che abbiamo detto e promuove una raccolta fondi.

Le cause di estinzione dei comitati sono prevista dall’art. 42 c.c. §: insufficienza dei fondi raccolti, l’impossibilità dello scopo o della sua realizzazione, eventi già previsti come cause di estinzione dell’ente associativo: altre cause di estinzione sono il venir meno di tutti i membri, in caso di delibera di scioglimento da parte dei componenti, per l’invalidità dell’atto costitutivo.
Matrimonio putativo: Il matrimonio putativo è un istituto giuridico che ricorre quando un matrimonio, dichiarato nullo, continua a produrre taluni effetti. Tale istituto nasce come eccezione alla retroattività della sentenza di nullità del matrimonio, prendendo coscienza del fatto che tale retroattività non può investire tutti gli effetti del matrimonio.

Tale istituto è regolato dall’art. 128, 129 e 129 bis del c.c. Si parla di esso quando vi è una sentenza di annullamento del matrimonio, che ha effetto retroattivo. In caso di annullamento, pertanto, i coniugi riacquistano ex tunc il loro stato di libertà. La legge, però, non può ignorare il fatto che il matrimonio abbia creato di fatto una comunità familiare, né può disinteressarsi della posizione giuridica dei figli nati dall’unione invalida. È per questo che essa considera valido il matrimonio in taluni casi per i quali si parla, appunto, di matrimonio putativo, cioè di matrimonio che i coniugi reputavano valido.

Se i coniugi hanno contratto il matrimonio in buona fede, o il loro consenso è stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne agli sposi, l’annullamento opera soltanto ex nunc, per cui sono fatti salvi tutti gli effetti nel frattempo prodottisi, anche rispetto ai figli nati o concepiti durante il matrimonio nonché quelli nati prima del matrimonio e riconosciuti anteriormente alla sentenza che ha dichiarato l’invalidità. Se le condizioni suddette si verificano nei confronti di uno solo dei coniugi, gli effetti valgono soltanto in favore di lui e dei figli. La buona fede consiste nell’ignoranza da parte dei coniugi, o di uno di essi, della causa di invalidità del matrimonio. Essa si presume ed è sufficiente che esista al momento della celebrazione del matrimonio.

Se i coniugi, invece, hanno contratto il matrimonio in malafede, questo ha gli effetti del matrimonio valido rispetto ai figli nati o concepiti durante lo stesso, salvo che la nullità dipenda da bigamia o incesto. In caso di bigamia o incesto i figli hanno lo stato di figli naturali riconosciuti, nei casi in cui il riconoscimento è consentito.

Matrimonio: Il matrimonio è l’atto con il quale due persone di sesso diverso si impegnano a realizzare una comunione di vita spirituale e materiale. Come si vede dalla nozione il matrimonio è il mezzo attraverso il quale i coniugi intendono realizzare una comunione di vita spirituale e materiale che si attua attraverso la convivenza, l’assistenza, il rispetto reciproco e la ricerca di un indirizzo di vita unitario.

Tradizionalmente si distingue il matrimonio come atto dal matrimonio come rapporto; Il matrimonio come atto ha una struttura complessa che vede l’intervento di diversi soggetti, oltre ai nubendi, e si forma attraverso una procedura che inizia con le pubblicazioni e culmina nella celebrazione dell’atto;
nel nostro ordinamento abbiamo due tipi di atto matrimoniale:

1. il matrimonio civile, celebrato innanzi all’ufficiale di stato civile
2. il matrimonio concordatario, celebrato innanzi ad un ministro del culto cattolico.

Si riconosce, inoltre, la possibilità di celebrare matrimonio con effetti civili davanti a ministri di culto diverso da quello cattolico; in quest’ultimo caso si seguirà la procedura prevista per il matrimonio civile, ma differirà la forma di celebrazione. Il matrimonio come rapporto è inteso come i diritti e gli obblighi che i coniugi devono necessariamente osservare. In questo caso non si può fare alcuna distinzione tra matrimonio civile e matrimonio concordatario, poiché i rapporti giuridici che ne scaturiscono sono in ogni caso identici.

Elementi per la celebrazione del matrimonio:

  • promessa di matrimonio: è l’atto attraverso il quale i fidanzati si impegnano reciprocamente a contrarre matrimonio. Prevista dall’articoli 79 e 80 e ss. del codice civile, viene di solito scambiata dai fidanzati prima matrimonio L’articolo 79, infatti, esplicitamente dispone che la promessa non obbliga né a contrarre matrimonio né ad eseguire ciò che si fosse convenuto in caso di inadempimento. In altre parole non si potrebbe adire un giudice per ottenere il pagamento di una penale precedentemente convenuta in caso d’inadempimento dell’obbligo matrimoniale, oppure chiedere di far rispettare l’obbligo matrimoniale. La funzione della promessa di matrimonio la ritroviamo, invece, negli articoli 80 e 81 del codice civile. Per tutelare il coniuge che aveva creduto nella celebrazione del matrimonio, è stabilito che il mancato rispetto della promessa obbliga il promittente che senza giusto motivo rifiuti di eseguirla, al risarcimento dei danni, danni, peraltro, limitati alle spese fatte e alle obbligazioni contratte a causa della promessa. Si stabilisce, inoltre, all’articolo 80, che il promittente può domandare la restituzione dei doni quando il matrimonio non è stato poi contratto. Ci si riferisce in questo caso alle cosiddette donazioni manuali, ossia ai regali d’uso che normalmente si fanno tra fidanzati proprio in vista del matrimonio. Tali donazioni non richiedono forme particolari e si perfezionano con la consegna. Si distinguono, quindi, dalle donazioni obnunziali
  • pubblicazione e celebrazione del matrimonio: Il matrimonio dev’essere preceduto dalla pubblicazione, che consiste dell’affissione alla porta della casa comunale del luogo di residenza di uno dei coniugi, di un atto dove sono contenuti tutti gli elementi necessari ad identificare gli sposi ed il luogo di celebrazione (articolo 93 c.c.). La pubblicazione deve essere richiesta da ambedue gli sposi o da persona da loro incaricata. Scopo la pubblicazione è quello di rendere pubblico dominio la futura celebrazione del matrimonio; in tal modo, chiunque vi abbia interesse potrà fare opposizione la matrimonio ove sussistano impedimenti. Il matrimonio non può essere celebrato prima del quarto giorno dopo che sia compiuta la pubblicazione. In alcuni casi si può evitare la pubblicazione o ridurre il termine; l’articolo 100 del codice civile si riferisce espressamente all’esistenza di gravi motivi che possono portare alla riduzione o addirittura alla soppressione della pubblicazione; ancora l’articolo 101 stabilisce che nel caso in cui uno dei coniugi versi in imminente pericolo di vita, l’ufficiale di stato civile procedere alla celebrazione del matrimonio omettendo la pubblicazione la celebrazione matrimonio ( articoli 106 e 107 c.c.) avviene nella casa comunale dove fu fatta richiesta di pubblicazione davanti all’ufficiale di stato civile ed in forma pubblica. L’ufficiale dello stato civile alla presenza di due testimoni riceve le dichiarazioni delle parti che si vogliono sposare, ed in seguito le dichiara unite in matrimonio. L’atto di matrimonio non può essere sottoposto a termine o a condizione, è quindi un actus legitimus, ma nel caso in cui queste vengano comunque inserite si hanno per non apposte. è possibile il matrimonio per procura previsto dall’articolo 111 del codice civile.

il matrimonio per Osserviamo subito che la ” procura ” di cui all’articolo 111 non ha nulla a che vedere con
procura la procura intesa come atto attraverso il quale si conferisce il potere di rappresentanza.
(Art. 111 c.c.) In questo caso il procuratore riveste la figura di nuncius, cioè di semplice portatore
della volontà della parte senza che con quest’ultima vi possa interferire

L’ufficiale di stato civile non può rifiutarsi di celebrare matrimonio in presenza delle condizioni previste dalla legge. Secondo l’articolo 112 del codice civile il rifiuto può legittimamente aversi solo quando vi sia una causa ammessa alla legge, come, ad esempio, il rapporto di parentela tra le parti.

Infine, che l’articolo 113 del codice civile ritiene valido il matrimonio celebrato davanti a una apparente
ufficiale dello stato civile. La validità è però subordinata a due condizioni:

  1. esercizio di funzioni pubbliche da parte del falso ufficiale dello stato civile
  2. buona fede degli sposi al momento della celebrazione del matrimonio.

Per celebrare matrimonio occorre il concorso di specifiche condizioni previste dal codice civile agli articoli 84 e seguenti: coniuge (come ad esempio la minore età ) ;condizioni che si riferiscono ad ostacoli che impediscono la celebrazione del matrimonio tra soggetti determinati (impedimenti, come ad esempio il rapporto di affinità).

Le condizioni che devono sussistere in ogni caso per contrarre matrimonio sono:

  • maggiore età (art. 84 c.c.): per contrarre matrimonio è necessario aver compiuto 18 anni. Solo in presenza di gravi motivi il tribunale può decidere di ammettere a matrimonio chi abbia compiuto i 16 anni
  • libertà di stato (art. 86 c.c. ): non può contrarre matrimonio chi è vincolato da precedenti nozze. È chiaro che il vincolo non sussiste quando le nozze precedenti siano state annullate o erano all’origine nulle o inefficaci
  • capacità di intendere e di volere (art. 85 c.c.): non può contrarre matrimonio l’interdetto per infermità di mente
  • divieto temporaneo di nuove nozze (art. 89 c.c.): la donna che sia stata già sposata non può contrarre nuovo matrimonio se non dopo 300 giorni dallo scioglimento, dall’ annullamento o dalla cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio.

Il divieto è stato introdotto per evitare incertezze sulla paternità di un eventuale figlio nato dopo il matrimonio.

È chiaro che il divieto non ha ragion d’essere quando il precedente matrimonio sia stato dichiarato nullo per impotenza a generare anche di uno dei coniugi oppure quando il tribunale ha accertato che sia inequivocabilmente escluso lo stato di gravidanza. La violazione del divieto comporterà solo una ammenda per i coniugi e per l’ufficiale dello stato civile.

Ostacoli che impediscono il matrimonio solo tra particolari soggetti sono:

  • rapporto di parentela, affinità, adozione e affiliazione (art. 87 c.c.): non possono contrarre matrimonio tra loro tutti coloro che sono indicati all’articolo 87, cioè coloro che sono legati a vario titolo da un vincolo di sangue oppure familiare in senso lato come l’adozione, l’affinità e l’affiliazione;
  • delitto (art. 88 c.c.): secondo l’articolo 88 del codice civile non possono contrarre matrimonio tra loro le persone delle quali l’una è stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra. La ragione del divieto è intuitiva.

Il codice civile agli articoli 117 e seguenti prevede numerosi casi di invalidità del matrimonio, tutti considerati come ipotesi di nullità. Questi sono:

  • Matrimonio contratto in violazione dell’art. 86 (libertà di stato): il matrimonio contratto da chi era già precedentemente sposato può essere impugnato non solo dai coniugi e dagli ascendenti legittimi ma anche da chiunque abbia interesse legittimo ed attuale ad impugnarlo. Sino a quando non viene pronunziata la sentenza di divorzio non si potrà contrarre un nuovo matrimonio. Se però il matrimonio è stato contratto dal coniuge dell’assente, non può essere impugnato sino a quando durerà l’assenza. Si ritiene questa un’ipotesi di nullità;
  • Matrimonio contratto in violazione dell’art. 87 (rapporti di parentela, affinità,adozione, affiliazione);
  • Matrimonio contratto in violazione del’art. 88 ( delitto contro il precedente coniuge): Il matrimonio contratto in violazione di questo divieto è nullo;
  • Matrimonio contratto in relazione all’art. 84 ( minore di età) : n questo caso legittimate l’impugnazione sono solo i coniugi, i genitori e il pubblico ministero. Si tratta di ipotesi di annullabilità relativa, poiché sono determinati i soggetti legittimati all’impugnazione; il vizio, inoltre, è sanato quando il coniuge minorenne al momento della celebrazione, dopo un anno dal raggiungimento della maggiore età non abbia impugnato il matrimonio;

l Matrimonio celebrato in violazione dell’art. 85 ( interdizione per infermità mentale) : legittimati all’ impugnazione sono il tutore, il pubblico ministero, e tutti coloro che abbiano un interesse legittimo e sempre che al tempo della celebrazione matrimonio vi era già stata una sentenza di interdizione. Si tratterebbe di un caso di annullabilità relativa. Si decade dall’ azione si vi è stata coabitazione della durata di un anno dalla revoca della sentenza di interdizione;

• Matrimonio contratto in violazione dell’art. 120 ( incapacità naturale di uno dei coniugi): se uno dei coniugi prova di essere stato incapace di intendere e di volere al momento della celebrazione matrimonio può impugnarlo nel termine di un anno dal recupero delle facoltà mentali. Si tratta di un caso di annullabilità relativa poiché l’impugnazione spetta al solo coniuge ed è sottoposta al breve termine di decadenza di un anno.

I diritti e i doveri che nascono dal matrimonio riguardano: i coniugi sono in posizione di perfetta eguaglianza. Di conseguenza le decisioni sulla vita familiare sono prese in accordo tra loro ( art. 144 c.c.) e solo in caso di disaccordo l’articolo 145 del codice civile permette l’intervento del giudice per risolvere le controversie, intervento richiesto da uno dei coniugi senza particolari formalità; la fedeltà va qui intesa non solo come astensione dei rapporti sessuali con persone diverse dal coniuge, ma anche come dedizione spirituale che deve essere riservata principalmente al coniuge. In altre parole sarà violato l’obbligo di fedeltà anche nel caso in cui si preferisca avere rapporti personali privilegiati con persone diverse dal coniuge; obbligo di assistenza morale e materiale e di collaborazione; i coniugi devono risiedere” sotto lo stesso tetto”, luogo dove fissano la residenza familiare; sono inoltre obbligati a contribuire ai bisogni della famiglia in proporzione alle proprie capacità di lavoro e professionale. Chiara è la differenza con obbligo di assistenza . In questo caso, infatti, ogni coniuge deve dare il suo contributo per le necessità della famiglia, mentre il dovere di assistenza materiale viene alla luce solo nei confronti dell’altro coniuge e quando questi si trovi in difficoltà. L’obbligo di contribuzione permane anche dopo la separazione trasformandosi in dovere di mantenimento; ‘articolo 147 c.c. impone ad entrambi i coniugi di mantenere e istruire ed educare i propri figli tenendo conto della loro personalità. I genitori hanno quindi doveri di natura sostanzialmente economica e doveri educativi. I primi si sostanziano nell’obbligo del mantenimento che non dev’essere inteso solo come obbligo di provvedere alle loro necessità fondamentali, ma anche come obbligo di provvedere alle spese necessarie per permettere ai figli una adeguata vita di relazione. Si ritiene che tale obbligo non cessi con la maggiore età, ma con il raggiungimento di una autonomia economica eventualmente accompagnata dal distacco dal nucleo familiare originale. Gli obblighi di istruzione ed educazione si sostanziano nel dover provvedere allo sviluppo della personalità dei figli nel miglior modo possibile in relazione all’indirizzo dato dai genitori.

Lo scioglimento del matrimonio si può avere:

  • morte di uno dei coniugi: con la morte si scioglie il matrimonio, ma non ne cessano tutti gli effetti. Il coniuge superstite conserva una serie di diritti, come quelli ereditari, la pensione di reversibilità , il divieto temporaneo di contrarre nuove nozze (art 89 c.c.) etc.
  • dichiarazione di morte presunta: equiparata alla morte, ma se il presunto morto ritorna il matrimonio contratto è nullo.
  • Divorzio: si scioglie il matrimonio civile o cessano gli effetti del matrimonio concordatario.

Matrimonio concordatario: il matrimonio concordatario è il matrimonio celebrato secondo i riti della regione cattolica che in base agli accordi tra la chiesa cattolica ed il governo italiano ha effetti anche di natura civile. il matrimonio concordatario regolato dal concordato del 1929 (l. 27\05\1929 n. 847) e dall’accordo di revisione del concordato siglato insieme ad un protocollo addizionale il 18 febbraio 1984. gli aspetti essenziali di tale matrimonio sono:

  • validità del matrimonio canonico: le questioni relative alla costituzione e validità del vincolo sono regolate dal diritto canonico e rientrano nella giurisdizione dei tribunali ecclesiastici, mentre tutto ciò che attiene al rapporto e il procedimento giurisdizionale relativo alla esecutorietà delle sentenze ecclesiastiche di nullità rientra nella competenza dello Stato;
  • pubblicazione del matrimonio canonico: la celebrazione del matrimonio canonico deve essere preceduta dalle pubblicazioni eseguite a cura del parroco con affissione di avviso innanzi alla porta della chiesa contenente tutte le notizie necessarie per individuare gli sposi. Le pubblicazioni devono, inoltre, essere eseguite anche alla porta della casa comunale. Trascorsi i termini di legge, l’ufficiale di stato civile, ove rilevi che non gli sia stata notificata alcuna opposizione, rilascia un certificato dove si dichiara che non esistono cause che si oppongono alla celebrazione del matrimonio valido ai di effetti civili;
  • particolarità della celebrazione: la celebrazione avviene secondo il rito religioso, ma subito dopo di essa, il parroco deve spiegare agli sposi gli effetti civili del matrimonio leggendo gli articoli del codice civile che riguardano i diritti e doveri dei coniugi. Successivamente redigerà in doppio originale l’atto di matrimonio nel quale potranno essere inserite le dichiarazioni dei coniugi consentite dalla legge civile (art. 8 accordo 18\02\84)
  • trascrizione del matrimonio canonico: il matrimonio deve essere trascritto nei registri dello stato civile. Il parroco richiede la trascrizione all’ufficiale dello stato civile del luogo dove è stato celebrato il matrimonio. L’ufficiale dello stato civile se sussistono le condizioni, la effettua entro ventiquattro ore dalla richiesta del parroco. La trascrizione ha efficacia costitutiva degli effetti civili del matrimonio religioso (art. 5 l. 27\05\1929). La trascrizione ha efficacia retroattiva nel senso che gli effetti civili si producono sin dal giorno della celebrazione del matrimonio religioso. Su richiesta dei coniugi si può effettuare la trascrizione tardiva; anch’essa ha efficacia retroattiva.

Divorzio: Il divorzio è l’istituto giuridico che permette lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio quando tra i coniugi è venuta meno la comunione spirituale e materiale di vita ed essa non può essere in nessun caso ricostituita. Si parla di scioglimento qualora sia stato contratto matrimonio con rito civile, di cessazione degli effetti civili qualora sia stato celebrato matrimonio concordatari. Il procedimento di divorzio può seguire due percorsi alternativi, a secondo che vi sia o meno consenso tra i coniugi:

  • divorzio congiunto, quando c’è accordo dei coniugi su tutte le condizioni, in questo caso il ricorso è presentato congiuntamente da entrambi i coniugi;
  • divorzio giudiziale, quando non c’è accordo sulle condizioni, in questo caso il ricorso può essere presentato anche da un solo coniuge.

Il divorzio si differenzia dalla separazione legale in quanto con quest’ultima i coniugi non pongono fine definitivamente al rapporto matrimoniale, ma ne sospendono gli effetti nell’attesa di una riconciliazione o di un provvedimento di divorzio. Elementi necessari per richiedere il divorzio sono dunque:

  • il venir meno dell’affectio coniugalis, cioè della comunione morale e spirituale;
  • la mancanza di coabitazione tra marito e moglie.

Il divorzio è disciplinato dal codice civile (art. 149 c.c.), dalla legge 898/1970 (che ha introdotto l’istituto per la prima volta in Italia) e dalla legge n. 74/1987 (che ha apportato delle modifiche significative alla precedente).

Le cause che permettono ai coniugi di divorziare sono tassativamente elencate nell’art. 3 della legge 1970/898 e attengono principalmente ad ipotesi in cui uno dei coniugi abbia attentato alla vita o alla salute dell’altro coniuge o della prole, oppure abbia compiuto specifici reati contrari alla morMa la causa statisticamente prevalente che conduce al divorzio è la separazione legale dei coniugi protratta ininterrottamente per almeno tre anni a far tempo dalla prima udienza di comparizione dei coniugi innanzi al tribunale nella procedura di separazione personale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale. Per la decorrenza dei tre anni non vale il tempo che i coniugi hanno trascorso in separazione di fatto, senza cioè richiedere un provvedimento di omologa al Tribunale.

Il divorzio può quindi essere richiesto:

  •  in caso di separazione giudiziale: qualora vi sia stato il passaggio in giudicato della sentenza del giudice;
  • in caso di separazione consensuale: a seguito di omologazione del decreto disposto dal giudice;
  • in caso di separazione di fatto: se la separazione è iniziata 2 anni prima del 18 dicembre 1970

Nei primi due casi, tra la comparizione delle parti davanti al Presidente del Tribunale nel procedimento di separazione e la proposizione della domanda di divorzio devono comunque essere trascorsi almeno tre anni. Con il divorzio, marito e moglie mutano il loro precedente status di coniuge e possono contrarre nuove nozze. La donna perde il cognome del marito.

A seguito di divorzio, vengono meno i diritti e gli obblighi discendenti dal matrimonio (artt. 51, 143, 149 c.c.), viene meno la comunione legale dei beni ai sensi dell’art. 191 c.c. (se già non è accaduto in sede di separazione), cessa la destinazione del fondo patrimoniale (art. 171 c.c.) e viene meno la partecipazione dell’ex coniuge all’impresa familiare (art. 230 bis c.c.). La sentenza di divorzio potrà anche stabilire provvedimenti su:

  • questioni patrimoniali e assegnazione dell’abitazione familiare
  • versamento assegno divorzile
  • affidamento della prole

Differenza tra negozio e contratto: Il contratto è quell’accordo tra due o più parti olto a costituire, modificare o estinguere un rapporto giuridico avente natura patrimoniale.Quindi emerge come carattere saliente la “natura patrimoniale dell’accordo”. Questo invece non si ha nel negozio giuridico dove la caratteristica principale è la VOLONTA’ DEL SOGGETTO a porre in essere un atto che avrà determinati effetti, al di là della natura patrimoniale. Quindi un contratto è sempre un engozio giuridico, ma un negozio giuridico non è sempre un contratto!
Rappresentanza: La rappresentanza si ha quando un soggetto compie l’adempimento di negozi giuridici valevoli per altri. La rappresentanza è ammessa per negozi a carattere patrimoniale e non per atti personalissimi come il testamento. Distinguiamo la rappresentanza diretta dove il rappresentante agisce in nome e per conto del rappresentato del negozio. Esso rimane estraneo alle conseguenze che discendono dal negozio da lui compiuto; dalla rappresentanza indiretta dove il rappresentante agisce per conto e non in nome del rappresentato, si dà luogo in tal modo all’interposizione reale, ovvero, l’interposizione di persona poichè il rappresentante acquista diritti ed obblighi che ricadono nella propria sfera giuridica.

La rappresentanza trova la sua fonte nella legge oppure nella volontà del rappresentato attraverso procura.

Procura: La procura è l’atto rivolto a terzi, con cui un soggetto (detto rappresentato) conferisce il potere di compiere atti giuridici in suo nome e nel suo interesse ad un altro soggetto (detto rappresentante); gli effetti di questi atti giuridici saranno direttamente imputati al rappresentato stesso. Necessario è distinguere la procura come atto ( cioè come negozio giuridico) dalla procura come documento ( che serve a provare l’esistenza dell’atto).

La procura conferita per compiere un atto deve avere la forma richiesta per l’atto che il rappresentatane ha il potere di concludere. Ai sensi dell’art. 1397 quando i poteri del rappresentante sono cessat, dovrà restituire il relativo documento a chi gli ha conferito la procura; ai sensi dell’art. 1399 quando il rappresentante agisce privo di potere o o al di fuori dei poteri stabiliti il rappresentato può intervenire con ratifica per sanare l’atto.

La procura può essere speciale quando riguarda un solo affare del rappresentato; generale quando riguarda tutti gli affari del rappresentato. La procura può essere revoca da colui che l’ha conferita e cause di estinzione sono morte del rappresentante o del rappresentato o la rinunzia del rappresentante.

Donazione: La donazione è il contratto col quale, per spirito di liberalità, una parte arricchisce l’altra, disponendo a favore di questa di un suo diritto o assumendo verso la stessa un’obbligazione (art. 769 c.c.). La donazione è un negozio solenne: deve essere fatta, pertanto, per atto pubblico (cioè dinanzi ad un notaio), a pena la nullità, ed alla presenza irrinunziabile di due testimoni. Unica eccezione alla solennità della forma è prevista per le donazioni di modico valore o manuali, ove a tale requisito si sostituisce la trasmissione materiale del possesso attraverso la consegna. Se la donazione ha per oggetto cose mobili, non è valida che per quelle specificate con indicazione del loro valore nell’atto medesimo della donazione, ovvero in una nota a parte sottoscritta dal donante, dal donatario e dal notaio.

L’accettazione può essere fatta nell’atto stesso o con atto pubblico posteriore. In questo caso la donazione non è perfetta se non dal momento in cui l’atto di accettazione è notificato al donante. Prima che la donazione sia perfetta, tanto il donante quanto il donatario possono revocare la loro dichiarazione (art. 782 c.c.).

Il legato: Il legato è una disposizione testamentaria a titolo particolare in base alla quale ad un soggetto succede in uno o più rapporti determinati. Il legato è istituto tipico della successione testamentaria e non trova riscontro nella successione legittima; pur essendo nominato nel testamento, però, il legatario non diviene erede del defunto e non risponde dei debiti che derivano dal legato oltre il suo valore ( art. 671 c.c.); in altre parole il legatario è un soggetto che è stato beneficiato dal testatore, una persona che dovrebbe ricevere vantaggio dalla attribuzione ricevuta, cosa che non sempre accade per l’erede.

Proprio perché il legato di solito si risolve in un vantaggio, non è previsto che debba essere accettato, come invece accade per l’eredità, ma è fatta salva, però, la facoltà di rinunciare (art. 649 c.c.). Il legato è quindi un atto di liberalità che il testatore ha voluto fate nei confronti del legatario, anche se questa caratteristica può a volte non verificarsi, come nel caso in cui il testatore imponga un onere al legatario pari al valore del legato.

La prestazione oggetto del legato, ai sensi dell’art. 662 c.c. dovrà essere a carico degli eredi, se il testatore non ha disposto nulla in proposito; ma il testatore può aver indicato chiaramente tutti gli eredi o uno o più legatari (sublegato) come obbligati, o anche un solo erede ( art. 663 c.c.). In quest’ultimo caso l’erede indicato sarà il solo a dover adempiere, mentre negli altri casi l’obbligo grava in proporzione della rispettiva quota di eredità o di legato, se il testatore non ha stabilito diversamente. I soggetti incaricati di adempiere sono anche chiamati “onerati”, mentre il legatario è detto “onorato”.

L’acquisto del legato avviene ipse iure quindi senza che sia necessaria l’accettazione. L’accettazione non è quindi necessaria, ma è pur sempre possibile rinunciare, solo che per la rinuncia non è previsto alcun termine; per questo motivo l’art. 650 c.c. concede a qualsiasi interessato di agire davanti all’autorità giudiziaria affinché questa fissi un termine al legatario per la rinuncia. La particolarità di questa specie di actio interrogatoria sta nel fatto che se il legatario lascia trascorrere il termine senza che abbia espresso alcuna dichiarazione, la conseguenza non sarà la rinunzia implicita, ma, al contrario, la perdita della facoltà di rinunziare.

Il legatario, inoltre, non potrà più rinunziare quando abbia esercitato il diritto oggetto del legato. La rinunzia, a differenza della rinunzia dell’eredità, è un negozio abdicativo unilaterale, proprio perché si perde un diritto di cui si è già titolare. in merito all’oggetto due fondamentali tipi di legato:

  • legato di specie: quando ha ad oggetto la proprietà o altro diritto reale su un bene o su una quota di bene determinato appartenente al testatore; il diritto si trasmette al legatario al momento della morte del testatore e il possesso del bene può essere domandato all’onerato anche se ne sia stato dispensato dal testatore;
  • legato di quantità: è valido il legato di una cosa individuata solo nel genere; in tal caso l’onerato dovrà fornire al legatario cose di qualità non inferiore alla media; a lui, inoltre, spetta di eseguire la specificazione, se il testatore non abbia incaricato lo stesso legatario o un terzo (art. 664 c.c.)

In merito al legato di quantità sono necessarie alcune importanti osservazioni. Può accadere, infatti, che il testatore abbia incaricato l’onerato di soddisfare il legato di una cosa generica, senza specificare se questa si trovi o meno nel suo patrimonio. Ebbene questo legato è valido ( art. 653 c.c.), anche se la cosa non si trovi nell’asse ereditario, mentre non ha effetto se il testatore ha lasciato la cosa generica (ma anche una sua cosa specifica) da prendersi nel suo patrimonio e questa non si trovi nell’asse ( art. 654 c.c.);

Ma se il testatore ha indicato come oggetto del legato una cosa che appartiene a un terzo o addirittura all’onerato , ai sensi dell’art.. 651 il legato è nullo, ma se risulta dal testamento o da altra dichiarazione scritta che il testatore sapeva che la cosa era di altri, il legato è valido; in tal caso l’onerato dovrà trasferire la cosa al legatario se si trovava nel suo patrimonio, oppure procurarsi la cosa dal terzo e trasferirla al legatario. Tipi di legato:

  • prelegato: è il legato favore di uno dei coeredi; il legato grava su tutta l’eredità, compresa la quota dell’erede beneficiato che diviene, quindi, al tempo stesso erede e legatario, senza che vi sia confusione tra le due qualifiche;
  • legato di un credito: può avere ad oggetto un credito (e in tal caso il legatario diviene il nuovo creditore) o la liberazione da un debito ( e di conseguenza il legatario è liberato dal debito che aveva nei confronti del testatore)
  • legato a favore del creditore: se il debito è menzionato lo si considera fatto a titolo di pagamento del debito, se, invece, non è menzionato si presume che sia stato fatto titolo di liberalità. È però ammessa la prova contraria.

Proprietà: La proprietà è un diritto reale che ha per contenuto la facoltà di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi previsti dall’ordinamento giuridico (art. 832 del codice civile italiano). Si parla di proprietà privata, o pubblica, con riferimento allo status – privato o pubblico – del soggetto giuridico cui spetta la titolarità del diritto. Il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in in modo pieno ed esclusivo entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento giuridico .

L’art. 832 specificando il contenuto del diritto di proprietà, ce ne indica le principali caratteristiche:

  • pienezza è un diritto che consente al suo titolare ogni utilizzazione lecita del bene che si esplica principalmente nel potere di godimento e di disposizione (“ha diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo” art. 832)
  • esclusività il rapporto che si instaura tra proprietario e bene è esclusivo, nel senso che non sono ammesse interferenze di altri soggetti nel rapporto con il bene
  • elasticità le facoltà del proprietario possono essere limitate dalla esistenza di altri diritti, come l’usufrutto, sullo stesso bene. In questi casi, però, il diritto rimane comunque integro riacquistando automaticamente tutta la sua pienezza alla cessazione del diritto che lo comprime
  • autonomia e indipendenza a differenza degli altri diritti reali, il diritto di proprietà può esistere da solo, senza dipendere da altri diritti di maggiore ampiezza
  • perpetuità si ritiene che non possano essere imposti limiti temporali alla proprietà, non è ammessa una proprietà ” a tempo” , ma un’eccezione a questo principio può essere costituita dall’art. 953 c.c. in relazione alla scadenza del termine del diritto di superficie

l’imprescrittibilità la proprietà non si perde per il non uso, potendo solo essere usucapita dall’uso che altri ne faccia.

Le limitazioni cui va incontro il proprietario, soprattutto il proprietario di immobili o fondi, sono fondamentalmente di due categorie:

  1. limiti imposti per ragioni di pubblico interesse: espropriazione per pubblica utilità, requisizione, limiti alla proprietà edilizia;
  2. limiti imposti per salvaguardare i concorrenti diritti di altri soggetti privati: distanze nelle costruzioni ,distanze tra alberi e siepi ,luci vedute o prospetti,stillicidio ,acque private , divieto di immissioni .

il codice civile all’art. 833 pone una norma di carattere generale che vieta al proprietario di compiere atti di emulazione che sono “atti i quali non abbiano altro scopo che quello di nuocere o recare molestia ad altri” (divieto di atti emulativi). Il proprietario, infatti, del suo bene, può farne ciò che vuole, ma non può compiere degli atti al solo scopo di arrecare danno ad altri.

La proprietà si acquista per occupazione, per invenzione, per accessione, per specificazione, per unione o commistione, per usucapione, per effetto di contratti, per successione a causa di morte e negli altri modi stabiliti dalla legge.

  • Occupazione: l primo comma dell’art. 923 ci svela, in primo luogo, che con l’occupazione si può divenire proprietario di soli beni mobili, beni mobili, però, che non siano di proprietà di nessun altro soggetto. Per i beni immobili abbandonati non è possibile l’occupazione, sia perché l’art. 923 non li nomina, sia perché l’art. 827 c.c. espressamente dispone che: I beni immobili che non sono in proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello Stato. l secondo comma dell’art. 923 ci specifica, poi, quali sono questi beni mobili che non sono di proprietà di alcuno, dividendole in:   cose abbandonate e gli animali che formano oggetto di caccia e di pesca. Le cose abbandonate, come è ovvio, sono quegli oggetti che altri gettano via, come spesso si vede nelle strade e nei campi.; per acquisire la proprietà di un bene abbandonato basterà appropriarsene materialmente. Compiuto questo atto si presume che il bene sia stato appreso con la volontà di farlo proprio. Per quanto riguarda la caccia e la pesca, ricordiamo che la disposizione del codice civile è sostituita dalla legislazione speciale in materia affidata ex art. 117 della Costituzione alla competenza delle regioni.
  • Invenzione: si fa riferimento a cose mobili “smarrite” . Secondo l’art. 927 in primo luogo deve restituire il bene al proprietario, ma se non lo conosce il ritrovatore deve consegnarla senza ritardo al sindaco del luogo in cui l’ha trovata, indicando le circostanze del ritrovamento. A questo punto il sindaco deve rendere noto il ritrovamento pubblicandolo nell’albo pretorio del comune (art. 928 c.c.). Da questa pubblicazione possono scaturire due eventi: 1. non si presenta nessuno a reclamare il bene entro un anno dalla pubblicazione: il bene diviene di proprietà del ritrovatore iure inventionis 2. il proprietario si presenta a ritirare la cosa o la somma smarrita: in questo caso deve pagare a titolo di premio al ritrovatore, se questi lo richiede, il decimo della somma o del prezzo della cosa ritrovata, ma se il valore del bene eccede 5,16 euro, il premio per il sovrappiù è solo del ventesimo.

accessione unione e specificazione: Secondo l’art. 934 c.c. Qualunque piantagione, costruzione od opera esistente sopra o sotto il suolo appartiene al proprietario di questo, salvo quanto è disposto dagli articoli 935, 936, 937 e 938 e salvo che risulti diversamente dal titolo o dalla legge. In altre parole il proprietario del suolo è proprietario anche dei beni che lì si trovano, siano essi mobili o immobili, il termine accessione, infatti, deriva dal latino “accessio” e tradotto significa accrescimento, aggiunta, elemento accessorio. Con l’accessione, quindi si verifica un accrescimento di una cosa a scapito di un’altra, e in genere ciò accade a favore del suolo per tutto quello che vi trova. In realtà non tutto quello che si trova sul suolo diviene del proprietario del fondo, ma solo quello che vi è incorporato, come, appunto, le piantagioni, le costruzioni e le altre opere che si trovino sopra (ma anche sotto) il suolo.

Partendo da questo presupposto distinguiamo: accessione, ovvero,se riguarda mobile ad immobile, il suolo attrae le cose mobili ed immobili incorporate ad esso; se riguarda immobili ad immobili abbiamo: Alluvione: unioni di terra e incrementi, che si formano successivamente e impercettibilmente nei fondi posti lungo le rive dei fiumi o torrenti. Appartengono al proprietario del fondo;Avulsione: un fiume o torrente stacca una parte considerevole e riconoscibile di un fondo contiguo al suo corso e la trasporta verso un fondo inferiore o verso l’opposta riva. Il proprietario del fondo al quale si è unita la parte staccata ne acquista la proprietà. Deve però pagare all’altro proprietario un’indennità nei limiti del maggior valore recato al fondo dall’avulsione;Alveo abbandonato: se un fiume o un torrente forma un nuovo letto, abbandonando l’antico, il terreno abbandonato rimane assoggettato al regime proprio del demanio pubblico;Isola formata nel fiume: le isole e unioni di terra che si formano nel letto dei fiumi o torrenti appartengono al demanio pubblico .
Unione o commissione, riguarda mobile a mobile: se due cose mobili appartenenti a proprietari diversi sono state unite o mescolate in modo da formare un tutto unitario e non sono separabili senza un notevole deterioramento, la proprietà ne diventa comune in proporzione del valore delle cose spettanti a ciascuno, ma se una cosa può essere considerata principale rispetto all’altra o è molto superiore per valore, il proprietario della cosa principale o di maggior valore acquista la proprietà del tutto, pagando però, all’altro proprietario il valore della cosa che vi è unita o mescolata (art. 939 c.c.)

Specificazione, riguarda mobile a mobile: nel caso in cui si adoperi della materia altrui per formare una nuova cosa, chi ha compiuto l’opera diviene proprietario della cosa dovendo solo pagare al proprietario della materia il suo valore. Se, però, il valore della materia sorpassi notevolmente quello della mano d’opera la cosa spetta al proprietario della materia, il quale deve pagare il prezzo della mano d’opera(art. 940 c.c.)

Il codice civile prevede diversi tipi di azione a seconda della turbativa subita dal proprietario, azioni lunghe e complicate che, pur garantendo la definitività del provvedimento del giudice, proprio per la loro complessità non sono idonee a garantire rapidamente le ragioni del proprietario. Distinguiamo due tipi di azioni:

  • azioni possessorie: assicurano una tutela rapida al possessore ma provvisoria perché si potrà poi accertare se il possesso sia giustificato anche nella titolarità di un diritto reale;
  • azioni petitorie: sono le azioni a difesa della proprietà, lunghe e complesse, assicurano un accertamento definitivo della posizione del proprietario.

Le azioni petitorie sono:

  • azione di rivendicazione: Questa azione è quindi possibile solo per chi, affermandosi proprietario, non solo vuole che si accerti questa sua qualità, ma vuole anche che la cosa sia recuperata da chi la detiene o possiede. Si tratta, quindi, di un proprietario che ha perso o non è riuscito mai a conseguire il possesso del bene.L’azione è imprescrittibile perché è ugualmente imprescrittibile il diritto di proprietà, ma il proprietario potrebbe comunque non riuscire a raggiungere il suo scopo per effetto dell’usucapione che ha fatto acquistare il diritto ad altri.
  • azione negatoria: è il rimedio concesso al proprietario che intende far accertare l’inesistenza di diritti affermati da altri sulla cosao anche far cessare le molestie o turbative connesse con l’affermazione del diritto altrui sulla sua cosa. L’azione è ammessa quando un altro soggetto affermi di avere diritti sulla cosa o, addirittura, affermi di essere lui il proprietario. Si ritiene che l’altrui vanto deve corrispondere alla affermazione di un diritto reale, visto che un diritto personale non può mettere in discussione la pienezza della proprietà.Se l’affermazione del diritto è accompagnata anche da turbative o molestie di fatto, il proprietario può chiedere che se ne ordini la cessazione e chiedere il risarcimento del danno.
  • azione di regolamento dei confini: i può ricorrere a questa azione quando il confine tra due fondi è incerto. Le parti devono provare con ogni mezzo l’esatto confine, ma se non vi riescono il giudice dovrà comunque stabilire il confine in base alle mappe catastali.
  • azione per apposizione dei termini: si esperisce per far apporre i termini tra fondi contigui quando manchino o sono divenuti irriconoscibili. Le spese per l’apposizione o il ristabilimento dei termini devono essere ugualmente ripartite tra i proprietari. La competenza spetta in via esclusiva al giudice di pace.

Differenza tra proprietà e possesso:

Ex art. 832 del codice civile la proprietà è “il diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento giuridico”. Secondo tale definizione, dunque, la proprietà è quella “situazione di diritto” per cui si ha sia la piena facoltà di godere, o non godere, della cosa (trasformarla, distruggerla, farne propri i frutti e via dicendo..) sia la facoltà di disporre della cosa (venderla, donarla, lasciara in testamento ecc..).

Ex art. 1140, il possesso è invece una “situazione di fatto”: “il potere sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio del diritto della proprietà”. La differenzia sostanziale tra proprietà e possesso è quella distinzione tra titolarità ed esercizio del diritto, o meglio fra essere proprietari e comportarsi come tali.
Diritti reali:

I diritti reali fanno parte della categoria dei diritti assoluti (come il diritto al nome) ma si differenziano dagli altri diritti assoluti perché hanno ad oggetto cose. Essendo diritti assoluti ne hanno le fondamentali caratteristiche:

  • assolutezza: possono essere fatti valere nei confronti di tutti i consociati sui quali incombe solo un generico dovere di astensione:
  • immediatezza: il titolare realizza il diritto direttamente senza che sia necessaria la collaborazione di altri soggetti, come accade nei diritti di credito;
  • tipicità:i diritti reali sono solo quelli previsti dalla legge. Costituiscono, quindi, una categoria di diritti composta da un numero chiuso.

I diritti reali si classificano in:

  • diritti su una cosa propria: unico diritto di tal genere è il diritto di proprietà che attribuisce al suo titolare le più ampie facoltà sul bene, nei limiti imposti dalla legge;
  • diritti reali di godimento: comprimono il diritto di proprietà con una intensità diversa secondo il tipo di diritto. La compressione del diritto di proprietà può essere massima in alcuni casi, come nell’ipotesi dell’usufrutto. I diritti reali di godimento sono: enfiteusi, superficie, usufrutto, uso, abitazione, servitù.
  • i diritti reali di garanzia: costituiscono una garanzia su un bene, garanzia talmente incisiva da poter essere opposta nei confronti di qualsiasi successivo avente diritto sulla cosa. Questi sono: il pegno, su beni mobili ; l’ipoteca sui beni immobili.

Superficie: La superficie è un diritto reale; essa può assumere la forma di concessione del proprietario del suolo, che attribuisce ad un altro soggetto il potere di costruire sul suo suolo, e di mantenere la proprietà della costruzione effettuata. Vi saranno, quindi, due proprietà diverse, quella del proprietario, e quella del titolare del diritto di superficie, che ha avuto il diritto di costruire sul suolo del proprietario.

Un’altra ipotesi di diritto di superficie è quella prevista dal secondo comma dell’art. 952, secondo cui il proprietario può alienare la proprietà della costruzione già esistente, separatamente dalla proprietà del suolo. In questo caso il proprietario del suolo aliena la proprietà superficiaria. È chiara la differenza tra i due tipi di diritto di superficie, perché il primo riguarda una costruzione non ancora eseguita, mentre il secondo riguarda una costruzione già edificata.

Secondo l’art. 953 c.c. è anche possibile costituire il diritto a tempo determinato, con la conseguenza che alla scadenza del termine il diritto di superficie si estingue e il proprietario del suolo diventa proprietario della costruzione. Potrebbe quindi essere questa una ipotesi di proprietà temporanea, cioè di proprietà (della costruzione) che si estingue alla scadenza del termine del diritto di superficie. La costituzione del diritto reale della superficie si può avere:

  • per contratto con forma scritta ad substantiam ex. n. 2 dell’art. 1350 c.c;
  • per testamento;
  • per usucapione.

Oggetto del diritto di superficie sono: costruzioni al di sopra o al di sotto del suolo (art. 955 c.c.), non possono essere concesso il diritto di superficie per le piantagioni (art. 956 c.c.).

Il diritto di superficie si estingue alla scadenza del termine o per prescrizione e in questo caso bisogna distinguere tra il diritto ad edificare e quello relativo alla proprietà superficiaria. Il diritto ad edificare: si estingue per prescrizione ventennale per non uso mentre la proprietà superficiaria: è imprescrittibile.

  • diritti reali acquisiti da terzi dal titolare del diritto di superficie: cessano insieme al diritto di superficie;
  • diritti reali concessi a terzi dal proprietario del suolo: si estendono alla costruzione per il principio della espansione del diritto di proprietà;
  • diritti personali di godimento: cessano allo spirare del termine del diritto di superficie.

Enfiteusi: L’enfiteusi è un diritto reale che attribuisce all’enfiteuta il diritto di godimento di un immobile dietro l’obbligo di pagare un canone e di migliorare il bene. La costituzione dell’enfiteusi si ha: per contratto; per testamento; per usucapione. I diritti e gli obblighi dell’enfiteuta sono:

  • l’enfiteuta ha molte delle facoltà che avrebbe il proprietario sul fondo (art. 959 c.c.) ma non può alienarlo
  • può disporre del suo diritto sia per atto tra vivi che per testamento (artt. 965 e 967 c.c.).
  • La forma scritta è richiesta a pena di nullità (art. 135o n. 2)
  • può affrancare il fondo in qualsiasi momento pagando al proprietario pagando una somma pari a 15 volte il canone annuo (art. 1 comma 4 l. n 607\66) (art. 971 c.c.). L’atto di affrancazione costituisce un diritto potestativo contro il quale il proprietario non può opporsi
  • non è ammessa la subenfiteusi (art. 968 c.c.)
  • ha l’obbligo di migliorare il fondo
  • ha l’obbligo di pagare un canone periodico che può consistere anche in una quantità fissa di prodotti naturali (art. 960 c.c.)

diritti ed obblighi del proprietario sono:

  • può chiedere la devoluzione (cioè la liberazione) del fondo enfiteutico se l’enfiteuta deteriora il fondo o non adempie all’obbligo di migliorarlo o, infine, è in mora nel pagamento di due annualità di canone ( art. 972 c.c.)
  • quando cessa l’enfiteusi deve rimborsare l’enfiteuta dei miglioramenti e delle addizioni effettuate (art. 975 c.c.)
  • può chiedere la ricognizione del proprio diritto un anno prima del compimento del ventennio a chi si trova nel possesso del fondo. La ricognizione è un atto di accertamento del diritto delle parti (art. 969 c.c.)
  • deve subire l’affrancazione del fondo

il diritto non può avere durata inferiore a venti anni, salvo il diritto di affrancazione. Si può costituire in maniera perpetua;si prescrive per non uso ventennale. I casi di estinzione sono:

  • decorso del termine eventualmente stabilito
  • prescrizione ventennale
  • affrancazione
  • devoluzione
  • perimento totale del fondo (art. 963 c.c.)

Usufrutto: L’usufrutto è il diritto reale che permette all’usufruttuario di godere della cosa e di trarne ogni utilità rispettando, però, la destinazione economica del bene. Il proprietario può però vendere la sua nuda proprietà, o costituirvi pegno o ipoteca. L’usufrutto può avere oggetto anche beni mobili, titoli di credito (come le azioni), ma anche aziende, universalità prodotti dell’ingegno oltre a, ovviamente, ai beni immobili. In genere tale diritto ha ad oggetto beni inconsumabili, ma può esserci usufrutto anche su beni consumabili (art. 995 c.c.). In questo caso l’usufruttuario non potrà certo restituire la stessa cosa ricevuta ( pensiamo che oggetto dell’usufrutto siano delle caramelle) ma un’altra di uguale quantità o qualità o pagare il valore del bene. Si parla in questi casi di “quasi usufrutto”. L’ usufrutto si costituisce:

  • per legge; ex art. 324 c.c. i genitori esercenti la potestà hanno in comune l’usufrutto dei beni del figlio
  • per atto tra vivi, ma se ha ad oggetto beni immobili richiede la forma scritta a pena di nullità ( n. 2 art. 1350 c.c.)
  • per testamento, ma non è ammesso l’usufrutto successivo, mentre è possibile l’usufrutto congiuntivo a favore di più persone. In questo caso l’usufrutto durerà sino alla morte di chi tra gli usufruttuari sarà sopravvissuto agli altri
  • per usucapione al pari di tutti i diritti reali (art. 1158 c.c.)

In merito alla durata, l’art. 979 c.c. ci chiarisce che questo non può eccedere la durata della vita dell’usufruttuario, e che, di conseguenza, non può essere perpetuo. Se è costituito a favore delle persone giuridiche non può eccedere trenta anni. Diritti ed obblighi dell’usufruttuario sono:

  • ha il generale diritto di godere della cosa, cioè di usarla nel modo che riterrà più opportuno, ma non può mutarne la destinazione economica né venderla poiché non ne è il proprietario
  • ha il diritto di fare suoi i frutti naturali e civili (art. 984 c.c.)
  • ha il diritto do conseguire il possesso della cosa oggetto del diritto (art. 981 c.c.) ma solo se prima fa l’inventario dei beni e presta idonea garanzia al proprietario(art. 1002 c.c.)
  • può cedere il suo diritto ( art. 980 c.c.) ma solo se non è vietato dal titolo costitutivo
  • può locare il bene o accendervi ipoteca. La locazione perdura anche dopo la cessazione dell’usufrutto ma solo se stipulata per atto pubblico o per scrittura privata con data certa anteriore a detta cessazione (art. 999 c.c.)

L’usufruttuario deve prendere le cose nello stato in cui si trovano, ma non deve certo restituirle così come si trovavano. Questo non significa, tuttavia, che l’usufruttuario può deteriorare i beni sino a distruggerli o danneggiarli. Dispone, infatti, il secondo comma dell’art. 1001 c.c. che: “Nel godimento della cosa egli deve usare la diligenza del buon padre di famiglia”. L’usufruttuario restituirà quindi il bene dopo averlo usato secondo la necessaria diligenza, e se questa è stata osservata, il proprietario non potrà certo dolersi delle condizioni in cui è stato restituito il bene. Nell’ambito degli obblighi gravanti sull’usufruttuario secondo l’art. 1004 c.c. vi rientrano le spese per la manutenzione ordinaria, la custodia e l’amministrazione del bene.

Deve, inoltre, provvedere a sostenere tutti i pesi che gravano sul reddito, e ciò perché ha l’effettivo godimento del bene (art. 1008 c.c.) mentre al proprietario spettano i carichi gravanti sulla proprietà (art. 1009 c.c.) ma l’usufruttuario dovrà corrispondere l’interesse sulla somma pagata. Diritti ed obblighi del proprietario:

  • ha diritto sul tesoro ritrovato nel fondo (art. 988 c.c.)
  • può alienare la nuda proprietà
  • deve provvedere alle riparazioni straordinarie (art. 1005 c.c.) e pagare le imposte e i pesi che gravano sulla proprietà (art. 1009 c.c.)

I casi di cessazione dell’usufrutto sono:

  • morte dell’usufruttuario o scadenza del termine trentennale se si tratta di persona giuridica
  • prescrizione ventennale per non uso
  • riunione dell’usufrutto e della proprietà nella stessa persona totale
  • perimento della cosa su cui è costituito grave
  • abuso del diritto da parte dell’usufruttuario ( art. 1015 c.c.)
  • scadenza del termine convenuto per la durata l’usufrutto

Uso e abitazione: L’uso è un diritto reale dal contenuto più limitato dell’usufrutto perché attribuisce al suo titolare il potere di servirsi del bene e, nel caso sia fruttifero, di raccoglierne i frutti, ma solo per quanto occorre per i bisogni suoi e della sua famiglia . L’uso è una sorta di fratello minore dell’usufrutto, perché i poteri dell’usuario sono ben più limitati di quelli dell’usufruttuario. Anche l’usuario, infatti, può, al pari dell’usufruttuario, servirsi della cosa, usarla, ma, a differenza di questo, può percepire i frutti solo per quanto occorre per i bisogni suoi e della sua famiglia. Aggiungiamo, poi, che non può appropriarsi dei frutti civili, cedere il diritto o dare in locazione il bene.

Per l’abitazione i poteri del titolare del diritto sono ancora più limitati; Dispone, infatti, l’art. 1022 c.c. “Chi ha il diritto di abitazione di una casa può abitarla limitatamente ai bisogni suoi e della sua famiglia”. Come si vede in questo caso il diritto è limitato alla solo abitazione della casa, escluso, quindi, l’uso del bene. Il codice civile all’art. 540 ci indica una applicazione specifica di questo diritto reale, attribuito al coniuge legittimario. Anche per l’abitazione vige il divieto di cessione e di locazione, ma in entrambi i casi vi è l’obbligo delle riparazioni ordinarie, alle spese di coltura (per l’usuario), al pagamento dei tributi come l’usufruttuario(art. 1025 c.c.).
Servitù prediali: La servitù prediale consiste nel peso imposto sopra un fondo per l’utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario. Le servitù prediali possono essere costituite coattivamente o volontariamente. Possono anche essere costituite per usucapione o per destinazione del padre di famiglia. I modi di costituzione delle servitù volontarie sono:

  • contratto o testamento (art. 1058 c.c.) ma se il bene appartiene a più comproprietari c’è bisogno del consenso di tutti (art. 1059 c.c.). Il contratto deve essere stipulato per iscritto a pena di nullità (art. 1350 n. 4) e deve essere trascritto;
  • usucapione , ma solo se apparenti (art. 1061 c.c. comma 1).

Non abbiamo considerato tra le servitù volontarie quella che si costituisce per destinazione del padre di famiglia prevista dall’art. 1062 c.c. In questo caso un proprietario costituisce delle opere sul suo fondo, una strada asfaltata, per esempio, tali da essere utili per una porzione del fondo rispetto ad un’altra. Ebbene se queste opere sono permanenti e visibili e se il fondo viene diviso e venduto a due (o più) soggetti diversi, basterà dimostrare che il proprietario ha lasciato le cose in maniera corrispondete all’esistenza di una servitù che questa, in assenza di una diversa volontà del vecchio proprietario, è costituita. La servitù si costituisce, quindi, se si verifica la situazione prevista dalla legge, senza che vi sia una specifica manifestazione di volontà e senza che nemmeno vi sia una sentenza.

Le servitù coattive (art. 1032 c.c.) : Sono espressamente previste dalla legge, ma sorgono, (in mancanza di contratto) solo a seguito a sentenza o atto dell’autorità amministrativa. Al proprietario del fondo servente è dovuta una indennità. Tipi di servitù coattive:

  • passaggio coattivo (art. 1051 e ss c.c.) si verifica quando il fondo è circondato da fondi altrui, e non ha uscita sulla via pubblica né è possibile procurarla senza eccessivo dispendio o disagio, oppure quando il fondo ha un accesso alla via pubblica, ma questo è inadatto o insufficiente ai bisogni del fondo e non può essere ampliato (art. 1052 c.c.). Non sono compresi nella servitù le case, i cortili, i giardini e le aie ad esse attinenti. Al proprietario del fondo servente è dovuta una indennità proporzionata al danno cagionato dal passaggio
  • acquedotto e scarico coattivo (artt. 1033 e ss.) il proprietario di un fondo ha il diritto di far passare le proprie acque su fondi altrui, ma solo alle condizioni previste dall’art. 1037 c.c. e l’indennità è dovuta tenendo conto dei parametri previsti dall’art. 1038 c.c.
  • elettrodotto (art. 1056 c.c.) è costituita per permettere il passaggio sui fondi delle linee elettriche. La disciplina della servitù di elettrodotto trova la sua fonte anche in numerose leggi speciali (art. 119 ss. r.d. n. 1775\1933; l. n. 1314\1964e l. n. 339\1986)
  • passaggio di vie funicolari (art. 1057 c.c.) è costituita per permettere il passaggio di vie funicolari aeree a uso agrario o industriale. La disciplina della servitù trova la sua fonte anche in leggi speciali.

La servitù e trattata nel codice in ben 72 articoli (dal 1027 al 1099). Si distinguono in:

  • apparenti e sono quelle cui sono destinate opere visibili e stabili per il loro esercizio (ad esempio la servitù di acquedotto)
  • servitù non apparenti sono quelle dove non vi sono sono opere destinate all’esercizio della servitù. Pensiamo ad una servitù di passaggio pedonale. Se non vi è una strada per consentirlo la servitù è non apparente, c’è ma non si vede (art. 1061 c.c. comma 2)
  • continue e quelle per il cui esercizio non è necessario il fatto dell’uomo in quanto vi sono delle opere permanenti per il loro esercizio
  • discontinue quelle per cui è necessaria un attività umana
  • servitù positive quelle in cui il proprietario del fondo servente deve sopportare l’attività del fondo dominante. Il comportamento del proprietario del fondo serventesi sostanzia in un “pati” , in una sopportazione
  • servitù negative quelle in cui il comportamento del proprietario del fondo servente si sostanzia in un non fare, come la servitù di non soprelevare. In quelle negative fino a quando il proprietario del fondo servente si attiene al “non facere” non vi sarà mai prescrizione, ma se “fa” ad esempio costruendo quando non poteva, la prescrizione ventennale inizierà a correre dal momento in cui ha violato l’obbligo (art. 1073 comma 2).

Il proprietario del fondo servente deve solo sopportare il peso sul suo fondo. In alcuni casi è tenuto a un “non facere” come nel caso della servitù di veduta. Si afferma infatti che “servitus in faciedo consistere nequit”.

È vero però che al proprietario del fondo servente spetterà un corrispettivo per la servitù, e che potrebbe anche impegnarsi (o essere obbligato per legge) a prestazioni accessorie. In questo caso non può liberarsi delle spese necessarie per l’uso o per la conservazione della servitù, se non cedendolo al proprietario del fondo dominante (art. 1070 c.c.). I fondi devono essere vicini ed appartenere a due proprietari diversi. La vicinanza non significa, però, che i fondi debbano essere confinanti. Per soddisfare il requisito basta che un fondo si trovi abbastanza vicino per essere utile all’altro. Gli articoli 1072 e ss. del codice civile ci indicano le ipotesi di estinzione della servitù. Le cause di estinzione sono:

  • confusione, vi è riunione in una sola persona della proprietà del fondo dominante con quella del fondo servente (art. 1072 c.c.)
  • rinunzia (art. 1070 c.c.)
  • scadenza del termine, se previsto nel titolo
  • impossibilità di usare la servitù e venir meno della sua utilità ma solo se perdurino per venti anni ( articolo 1074 c.c. )
  • prescrizione per non uso ventennale (art. 1073 c.c. )

Usucapione: L’usucapione è un modo di acquisto dei diritti reali su beni mobili e beni immobili per effetto del possesso continuo e ininterrotto per i periodi di tempo stabili dalla legge.
L’usucapione è quindi un modo di acquisto a titolo originario del diritto di proprietà e degli altri diritti reali che si verifica per cause opposte alla prescrizione; mentre nelle prescrizione il diritto si perde a causa del trascorrere del tempo, accompagnata dall’inerzia del titolare del diritto, nella usucapione il diritto si acquista per il trascorrere del tempo accompagnata da una attività svolta da un soggetto su un bene su cui grava un diritto reale altrui; questa attività è il possesso. La prescrizione serve a garantirle nel caso di lunga inerzia del titolare del diritto, l’usucapione, all’opposto, serve a renderle stabili riconoscendo che una situazione di fatto protratta per un lungo tempo e in assenza di contestazioni da parte del titolare del diritto, può portare all’acquisto del diritto a favore di chi la esercitava, cioè a favore del possessore. L’elemento fondamentale della usucapione è quindi il possesso.

Caratteristiche dll’usucapione sono:deve essere stato conseguito senza violenza o clandestinità (art. 1163 c.c.); il possesso idoneo alla usucapione si verifica nel momento in cui la violenza o clandestinità è cessata deve protrarsi per i periodi stabili dalla legge; deve essere continuo e ininterrotto. Secondo il tipo di bene da usucapire i periodi di tempo necessari per l’usucapione sono:

  • usucapione su beni immobili e universalità di mobili, il possesso deve protrarsi per venti anni (artt. 1158 e 1160 c.c.)
  • beni mobili posseduti senza titolo astrattamente idoneo all’acquisto del diritto, il possesso deve protrarsi per dieci anni, se acquistato in buona fede, venti anni, se acquistato in mala fede (1161 c.c.)
  • beni mobili posseduti con titolo astrattamente idoneo all’acquisto del diritto e in buona fede, l’acquisto è immediato ex articolo 1153 c.c.
  • beni mobili registrati, se l’acquisto è avvenuto in buona fede e in base a un titolo astrattamente idoneo, l’usucapione si verifica dopo tre anni dalla trascrizione del titolo, dieci anni, mancando questi elementi (art. 1162 c.c.).

Un caso particolare riguarda l’usucapione abbreviata prevista dall’art. 1159 c.c. In questo caso l’usucapione si realizza su beni immobili, ma invece di essere ventennale, è decennale. L’abbreviazione dei termini si spiega per le particolari condizioni del possesso; per aversi usucapione abbreviata è infatti necessario:

  • che il possesso sia iniziato in buona fede
  • che vi sia un titolo astrattamente idoneo a trasferire la proprietà, o altro diritto reale di godimento
  • che il titolo sia stato trascritto

Novazione: La novazione si attua attraverso un contratto in base al quale le parti sostituiscono l’obbligazione originaria, che si estingue, con una nuova obbligazione con oggetto o titolo diverso. la novazione è un modo di estinzione delle obbligazioni diverso dall’adempimento perché le parti decidono volontariamente di far cessare il vecchio rapporto obbligatorio sostituendolo con uno nuovo. Per aversi novazione è necessario che ricorrano una serie di presupposti riportati agli articoli 1230 e seguenti del codice civile. Presupposti della novazione sono:

  • obbligazione originaria da novare. La mancanza dell’obbligazione originaria rende nulla la novazione
  • aliquid novi rispetto alla vecchia obbligazione consistente nell’oggetto (ad esempio invece di darti 100 in danaro stabiliamo che debba darti un quintale di uva) o nel titolo (invece di darti 100 come somma residua di un l vecchio canone di locazione, stabiliamo che questa somma debba restituirla a titolo di mutuo)
  • animus novandi. Deve risultare dall’accordo in maniera non equivoca la volontà di estinguere la vecchia obbligazione; in mancanza del animus novandi non vi sarà novazione e alla vecchia obbligazione, comunque rimasta in vita, si aggiungerà la nuova

Con la novazione, come abbiamo già visto, si produce l’estinzione dell’obbligazione originaria; di conseguenza si estingueranno anche tutte le garanzie collegate all’obbligazione novata. La novazione è un mezzo di estinzione dell’obbligazione non satisfattorio perché non realizza l’interesse del creditore.

Accanto alla novazione trattata dall’articolo 1230, detta novazione oggettiva, dobbiamo anche considerare un altro importante tipo di novazione di cui abbiamo avuto occasione di accennare nell’analisi dei contratti di delegazione, espromissione e accollo. Ci riferiamo alla novazione soggettiva passiva che si ha quando, restando immutati gli altri elementi del rapporto, ne mutano i soggetti; quindi avremo novazione soggettiva attiva se vi sarà mutamento della persona del creditore, mentre novazione soggettiva passiva quando vi sarà mutamento della persona del debitore. Anche la novazione soggettiva, al pari di quella oggettiva, produce l’estinzione del vecchio rapporto obbligatorio con la conseguenza che il vecchio debitore sarà completamente liberato dalla sua obbligazione mentre unico soggetto obbligato sarà il nuovo debitore.

Testamento: Il testamento è l’atto revocabile con cui un soggetto (detto testatore) dispone delle sue sostanze, ovvero detta disposizione di carattere non patrimoniale (ad esempio il riconoscimento di un figlio) per il tempo in cui avrà cessato di vivere. Esso appartiene alla categoria del negozio giuridico, nella quale si caratterizza per essere un atto unilaterale a causa di morte. Caratteristiche del testamento sono:

  • Revocabilità: è sempre possibile per il testatore eliminare o modificare l’atto;
  • Unilateralità: esso produce i suoi effetti (delazione) a prescindere dall’accettazione del chiamato all’eredità;
  • Tipicità: non esistono altri atti con il quale è possibile disporre delle proprie sostanze per il tempo in cui si sarà cessato di vivere;
  • Personalità: da cui consegue la nullità di ogni atto col quale si attribuisce all’arbitrio di un terzo la scelta dell’erede o del legatario o la determinazione delle quote ad essi spettanti. Il terzo al più potrà essere chiamato a scegliere il legatario tra più individui o enti indicati espressamente dal testatore;
  • Formalismo: la legge prevede espressamente i modi in cui il testatore può redigere il testamento. È in ogni caso sempre necessario redigere il testamento in forma scritta.

Il negozio testamentario si basa su quattro principi fondamentali:

  1. il principio di certezza, dovendo identificarsi in modo evidente la persona a favore della quale è dettata la disposizione testamentaria;
  2. il principio di personalità, secondo cui alla volontà del testatore non può essere sostituita in alcun modo quella di un altro soggetto;
  3. il principio del formalismo: l’ordinamento richiede che la volontà testamentaria si manifesti attraverso tipiche forme, espressamente e tassativamente previste;
  4.  il principio di revocabilità, con cui il legislatore ha voluto assicurare la piena libertà nel regolare post mortem i propri interessi, consentendo al testatore di revocare fino all’ultimo momento di vita le disposizioni testamentarie.

Analizzando il primo principio, viene in evidenza la norma contenuta nell’art. 658 del Codice civile, che è applicazione del principio generale di cui al successivo art. 1346. La disposizione può essere incerta per due ragioni: o problemi interpretativi, oppure perché l’istituito non può essere individuato né alla data della morte del testatore né successivamente. Occorre distinguere quanto alla forma tra i testamenti ordinari e i testamenti speciali.

Sono testamenti ordinari:

  • il testamento olografo: atto scritto, datato e sottoscritto dal testatore;
  • il testamento pubblico: atto ricevuto dal notaio in presenza di due testimoni e sottoscritto dal testatore;
  • il testamento segreto: atto redatto dal testatore e consegnato dallo stesso testatore ad un notaio in presenza di due testimoni secondo le modalità previste dalla legge agli articoli 604-605.

Sono testamenti speciali:

  • il testamento in occasione di malattie contagiose o calamità pubbliche (artt. 609-610);
  • il testamento in navigazione marittima o aerea (artt. 611-616); o il testamento dei militari o assimilati (artt. 617-618).

Il testatore può manifestare, accanto alla volontà diretta solo agli effetti tipici del testamento, una volontà alla quale ineriscano elementi che hanno la funzione di incidere in vario modo sugli effetti del negozio testamentario: condizione, termine, onere.

Il testatore può sostituire all’erede istituito altra persona, per il caso che il primo non possa o non voglia accettare l’eredità. Tale sostituzione può essere distinta in:

  • plurima: se il testatore designa più sostituti all’istituito
  • reciproca: se la sostituzione opera a favore dei coeredi (Tizio lega il bene X al coerede Caio, designando in sostituzione un altro coerede)
  • parziale: se il chiamato in sostituzione gode di un diritto minore rispetto all’istuito. (Tizio lega a Caio 1000 €, designando come sostituto Mevio, il quale, chiamato in sostituzione, riceverà soltanto 500 €)

In linea generale, si può affermare che il potere di revoca rappresenta l’esplicazione di quella stessa autonomia privata che ha dato vita al negozio testamentario. Il suo scopo è quello di permettere l’eliminazione del regolamento di interessi precedentemente disposto, quando sopravvenga un mutato apprezzamento della sua convenienza. Si può quindi definire la revoca come la ritrattazione di un atto giuridico compiuta dall’autore dell’atto stesso, con l’effetto di impedire il sorgere di una nuova situazione giuridica o di ripristinare quella preesistente.

Come è noto, il legislatore definisce il testamento come atto revocabile (art. 587 cod. civ.). La ratio della revoca è evidente: poiché si può disporre per dopo la morte e la volontà non deve avere effetti prima di tale momento, non vi è motivo di impedire che la volontà già manifestata possa essere mutata. Il principio di revocabilità è di ordine pubblico, poiché il legislatore ha vietato ogni rinunzia alla facoltà di revoca ed ha sancito inoltre la nullità di ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione (art. 458 cod. civ.) impegnandosi a non revocare quanto convenuto.

Inoltre il testamento è un atto di ordine pubblico, e come tale un negozio giuridico personalissimo. Non è consentita peraltro la revoca del testamento al di fuori dei casi e delle forme tassativamente previste. In linea di principio, la revoca del testamento può avere ad oggetto tutto ciò che in esso può essere contenuto, sia disposizioni patrimoniali che non patrimoniali. Per queste ultime, peraltro, sussistono varie eccezioni, una delle quali è testuale e riguarda il riconoscimento di figlio naturale (art. 256 cod. civ.).

Quanto alla natura giuridica, la revoca è atto giuridico unilaterale e pertanto deve ritenersi inammissibile il contratto di revoca, per la stessa ragione che sta alla base del divieto dei patti successori. La revoca è un atto patrimoniale ancorché con efficacia negativa, in quanto essa in sostanza impedisce il verificarsi degli effetti delle disposizioni testamentarie attributive. La revoca è poi un atto accessorio, poiché è subordinata all’esistenza dell’atto principale costituito dal testamento. La revoca è a sua volta revocabile (art. 681 cod. civ.).

Essendo un atto personalissimo, non è consentita né la rappresentanza né l’ambasceria. La dottrina distingue tre casi di revoca testamentaria:

  • revoca espressa
  • revoca tacita
  • revoca legale per sopravvenienza di figli.

La revoca espressa è un negozio formale con cui un soggetto manifesta l’intenzione di eliminare in tutto o in parte la disposizione testamentaria. Può attuarsi in due forme, mediante nuovo testamento (che può anche limitarsi a contenere la sola dichiarazione di revoca) o mediante un atto ricevuto dal notaio in presenza di due testimoni. Se tacita tradizionalmente comprende quattro figure:

  1. testamento posteriore
  2. distruzione del testamento olografo
  3. ritiro del testamento segreto
  4. alienazione o trasformazione delle cose legate.

Le cause che possono portare ad avere un testamento invalido sono:

  • mancanza della forma o difetto di forma (testamento olografo scritto a macchina da scrivere);
  • per incapacità di agire o di intendere e volere;
  • quando è in contrasto con le disposizioni di quota legittima, in questo caso i legittimari danneggiati possono invocare l’istituto dell’azione di riduzione;
  • per revocazione del testamento.

Differenza tra legato ed erede: Le fattispecie dell’eredità e del legato si collocano nell’ambito della categoria generale della successione a causa di morte, che comporta il subingresso di un soggetto ad un altro nella titolarità di uno o più rapporti giuridici. La successione a causa di morte può essere a titolo universale, ed il successibile assume in questo caso la qualifica di erede, oppure a titolo particolare, e si parla di legatario. In base all’art. 588 c.c. si ha successione a titolo universale quando un soggetto, cioè l’erede, subentra indistintamente nell’universalità dei beni del testatore od in una quota degli stessi da solo od in concorso con altri.

Si ha invece successione a titolo particolare quando un soggetto, in questo caso il legatario, succede al testatore in uno o più rapporti determinati che non vengono considerati quali quote dell’intero patrimonio. Soltanto l’erede, in quanto subentra nell’insieme dei rapporti giuridici del testatore, risponde dei debiti del defunto anche con i propri beni, poiché di regola la successione a titolo universale determina la confusione tra il patrimonio del defunto e quello dell’erede.
Patto opzione:  Il patto d’opzione nel Codice Civile Italiano è regolato dall’articolo 1331: “Quando le parti convengono che una di esse rimanga vincolata alla propria dichiarazione e l’altra abbia facoltà di accettarla o meno, la dichiarazione della prima si considera quale proposta irrevocabile per gli effetti previsti dall’articolo 1329”.

Il patto d’opzione rientra nella categoria dei negozi giuridici preparatori e mira a realizzare la cosiddetta formazione progressiva del contratto, ovvero quando il perfezionamento del vincolo giuridico non avviene per mezzo della semplice ed immediata congruenza di una dichiarazione di accettazione con quella di proposta, ma per effetto di una più complessa sequenza di atti, scaglionati nel tempo. In pratica per mezzo del patto d’opzione le parti (concedente ed opzionario) si accordano affinché il concedente rimanga vincolato alla propria dichiarazione, mentre l’opzionario si riserva un lasso di tempo nel quale decidere se esercitare il proprio diritto d’opzione e concludere così il contratto ulteriore o finale.

L’istituto trova la sua applicazione tipica nella compravendita, con la stipulazione di opzioni di acquisto e opzioni di vendita. Nell’opzione di acquisto il proprietario del bene (concedente) concede al potenziale acquirente (opzionario) il diritto di acquistarlo al prezzo concordato. Nell’opzione di vendita il potenziale acquirente (concedente) concede al proprietario del bene (opzionario) il diritto a venderlo al prezzo concordato. Normalmente le parti concordano che il diritto d’opzione sia esercitabile in un periodo di tempo determinato. Le opzioni di acquisto e di vendita sono comuni sia nelle compravendite immobiliari sia nelle compravendite mobiliari, dove sono conosciute anche come opzioni call e put.

Il patto d’opzione può trovare applicazione anche in qualsiasi altro tipo contratto, dalle locazioni ai contratti atipici quali relativi alle prestazioni sportive o dello spettacolo.

La mora del creditore: il creditore è in mora quando senza alcun motivo legittimo si rifiuta di ricevere il pagamento offerto dal debitore nei modi indicati dalla legge oppure non compie quanto è necessario affinché debitore possa adempiere all’obbligazione. Si tratta di una situazione atipica in cui creditore, invece di ottenere quanto gli è dovuto, rifiuta o ostacola l’adempimento del debitore. Il comportamento del creditore può causare difficoltà e danni al debitore che per questo motivo deve avere il modo di liberarsi all’obbligazione anche quando il creditore non voglia. Le fasi che portano alla liberazione del debito resono:

  1. il debitore offre di eseguire la sua prestazione nei termini stabiliti, ma il creditore la rifiuta senza alcun motivo legittimo (offerta non formale art. 1220 c.c.)
  2. di fronte al rifiuto del creditore a ricevere la prestazione, il debitore ricorre ad un’offerta fatta secondo le modalità dell’articolo 1208 c.c. detta ” offerta solenne “. L’offerta solenne ha caratteristiche diverse secondo il tipo di prestazione: a. è reale se l’obbligazione ha per oggetto denaro titoli di credito oppure cose mobili da consegnare al domicilio debitore; b. se si tratta di cose mobili da consegnare in luogo diverso dal domicilio del creditore l’offerta consiste dell’intimazione a riceverle (offerta per intimazione); c. se deve essere consegnato un immobile l’offerta consiste dell’intimazione al creditore di prenderne possesso (art. 1216 c.c.); d. se la prestazione consiste in un fare il creditore è costituito in mora mediante intimazione di ricevere la prestazione o di compiere gli atti necessari affinché questa possa svolgersi (art. 1217 c.c.)
  3. eseguita correttamente offerta solenne e rifiutata dal creditore, quest’ultimo è considerato a tutti gli effetti in mora con le conseguenze stabilite dall’articolo 1207 c.c.
  4. per liberarsi definitivamente dall’obbligazione il debitore, di fronte al perdurare del rifiuto del creditore a ricevere la prestazione, dovrà depositare le cose dovute (art. 1210 c.c.) secondo le modalità indicate dall’articolo 1212 c.c. ; solo quando il creditore accetta il deposito, oppure, in caso di rifiuto, quando passa in giudicato la sentenza con la quale viene ritenuto valido il deposito, il debitore sarà completamente liberato dell’obbligazione.

Il debitore che vuole evitare le conseguenze che derivano dall’inadempimento è quindi costretto ad offrire la sua prestazione con un’offerta solenne. Eseguita l’offerta solenne si produrranno gli effetti della mora del creditore:

  1. il creditore subisce il rischio derivante dall’impossibilità sopravvenuta dalla prestazione per causa non imputabile al debitore;
  2. il debitore non deve più corrispondere gli interessi o i frutti della cosa;
  3. il creditore è tenuto a risarcire il debitore degli eventuali danni derivanti dalla mora e a rimborsarlo delle spese per la custodia e la conservazione della cosa dovuta.

La mora del debitore: indica la situazione in cui il debitore senza giustificato motivo ritarda l’adempimento. Le condizioni si può parlare correttamente di mora del debitore:

  • quando il creditore gli intima per iscritto di adempiere ( mora ex persona)
  • quando senza che sia necessaria alcuna intimazione (mora ex re)

In quest’ultimo caso:

  1. il debito deriva da fatto illecito; in questo caso il debitore è in mora dal momento in cui si è verificato il fatto illecito
  2. il debitore abbia dichiarato per iscritto di non voler adempiere
  3. quando è scaduto il termine e la prestazione doveva essere eseguita presso il domicilio del creditore

Gli effetti della costituzione in mora sono:

  • in caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa non imputabile al debitore quest’ultimo dovrà comunque risarcire i danni al creditore, a meno che non provi che l’oggetto della prestazione sarebbe comunque perito presso il creditore (art. 1221 c.c.);
  • il debitore sarà obbligato a risarcire i danni che il creditore ha subito in seguito al ritardo nell’adempimento (art. 1223 c.c.).

Gli effetti della costituzione in mora si sostanziano principalmente nel risarcimento dei danni che questo comportamento colposo del debitore avrà provocato. È certo, però, che in molti casi è difficile distinguere tra ritardo nell’adempimento, che permette comunque al creditore di ottenere quanto gli è dovuto, e inadempimento vero e proprio.

Potrebbe darsi, infatti, che il debitore non adempia l’obbligazione per delle difficoltà temporanee in cui è incorso, ma potrebbe anche darsi che questo ritardo non sia altro che vero e proprio inadempimento; la differenza è importante perché diverse, almeno dal punto di vista quantitativo, sono le conseguenze tra il semplice ritardo e il vero e proprio inadempimento.

In certi casi però è la stessa legge che ci risolve ogni dubbio indicando i casi in cui il ritardo produce un vero e proprio inadempimento, come nei casi di:

  • obbligazioni negative
  • termine essenziale

nelle obbligazioni negative ogni fatto compiuto in violazione di esse costituisce inadempimento (art. 1222 c.c.); poiché questo tipo di obbligazioni consistono in un ” non fare ” si violano con” il fare” l’attività vietata.

È quindi evidente che in questi casi non è possibile configurare un ritardo nell’adempimento quando la prestazione deve essere necessariamente eseguita entro un determinato termine (art. 1457 c.c.), scaduto il quale il creditore non ha interesse all’esecuzione dell’obbligazione; la scadenza del termine senza che l’obbligazione sia stata eseguita comporterà immediato inadempimento ( es. consegnare un vestito per carnevale)

Verificatasi la mora il debitore si trova esposto a tutte le conseguenze sfavorevoli previste dalla legge. Tuttavia queste conseguenze possono essere evitate attraverso la purgazione della mora. Questa può aversi in diverse circostanze, come quando il creditore concede una dilazione del pagamento al debitore, oppure quando il creditore rinunzia al credito o semplicemente alla mora.

Con la purgazione della mora ne terminano gli effetti sfavorevoli con la cessazione del decorso degli effetti moratori, e del rischio dell’impossibilità sopravvenuta in capo al debitore.
Rapporto giuridico: il rapporto giuridico è la relazione tra due o più soggetti regolata dal diritto. In questo rapporto ci sono due soggetti:

  1. Soggetto attivo è colui cui l’ordinamento attribuisce un potere, ad esempio quello di pretendere il pagamento di un debito, detto anche titolare della posizione giuridica
  2. Soggetto passivo è colui a carico del quale è posto il corrispettivo dovere, ad esempio quello di pagare il suddetto debito.

I protagonisti del rapporto giuridico sono chiamati con il nome di ” parti “.

Al di fuori di questi soggetti non vi è un rapporto giuridico con altre persone che, quindi, ne sono estranee. Questi ultimi vengono indicati come ” terzi ” che, di regola, non subiscono gli effetti del rapporto giuridico tra le parti, anche se in qualche modo possono esserne toccati. La fonte del potere riconosciuto al soggetto attivo. Questo non deriva dalla semplice volontà delle parti, ma è previsto dall’ordinamento giuridico come un diritto. Distinguiamo allora altri due importantissimi concetti:

  • Diritto oggettivo, è la norma di legge che in astratto prevede la possibilità di esercitare un determinato diritto (ad esempio le norme che prevedono i diritti di credito)
  • Diritto soggettivo, è il potere di agire per poter soddisfare un proprio interesse; tale potere è riconosciuto dall’ordinamento giuridico al soggetto attivo e a lui spetta la scelta se farne uso o meno.

Per chiudere e completare il discorso, affrontiamo altri due importanti argomenti, la situazione giuridica e la fattispecie. Le norme giuridiche prevedono in astratto determinate situazioni che, una volta realizzate, produrranno determinate conseguenze giuridiche.

Se il mio debitore paga il suo debito, questa sua azione avrà avuto come effetto l’estinzione dell’obbligazione che aveva nei miei confronti. L’estinzione dell’obbligazione si è prodotta perché il debitore ha realizzato un comportamento previsto dall’ordinamento giuridico, cioè il pagamento, e grazie a questo si è liberato del suo debito.

Possiamo quindi definire quanto previsto dalla norma giuridica con il nome di” fattispecie “. Una volta realizzata in concreto la previsione della norma, si sarà creata una nuova situazione giuridica, un mutamento rispetto la situazione giuridica precedente. La situazione giuridica è l’insieme dei fatti materiali che realizzano una determinata fattispecie; nel nostro esempio il pagamento effettuato debitore ha estinto il rapporto giuridico preesistente.

Ogni fattispecie realizzata in concreto, quindi, creerà una diversa situazione giuridica e, a ben guardare, la situazione giuridica realizzatasi può avere il contenuto più vario, dallo stesso rapporto giuridico, alla qualifica di persone (incapaci, sposati etc.) alla qualifica di cose.
Adempimento ed inadempimento: L’adempimento è l’esatta esecuzione della prestazione dovuta dedotta in obbligazione nonché principale, sebbene non unico, modo di estinzione delle obbligazioni. L’adempimento rientra nella più ampia categoria dei fatti giuridici quale vicenda giuridica cui l’ordinamento riconosce determinati effetti giuridici. I requisiti dell’adempimento si distinguono in requisiti soggettivi e requisiti oggettivi.
I requisiti soggettivi riguardano la legittimazione a ricevere del creditore e la legittimazione ad adempiere di colui che esegue la prestazione. Al riguardo l’art. 1188 statuisce che l’adempimento deve essere eseguito nei confronti del creditore o del suo rappresentante o della persona all’uopo indicata dal creditore o autorizzata dalla legge o dal giudice . Pertanto, quando la prestazione del debitore è eseguita in favore di un soggetto diverso dal creditore, di norma, il debitore non è liberato dal vincolo obbligatorio nei confronti del suo creditore. In proposito ci sono delle eccezioni: il debitore è liberato:

  • quando in buona fede abbia eseguito la prestazione dovuta a un soggetto che possedeva le caratteristiche del legittimato creditore (si parla in tal caso di “pagamento al creditore apparente”) e spetterà al debitore dimostrare le prove in suo favore (articolo 1189);
  • quando il creditore abbia approfittato o ratificato il pagamento eseguito (articolo 1188, comma 2).

Per quanto riguarda invece la legittimazione ad adempiere, il codice stabilisce all’art. 1180 che l’obbligazione può essere adempiuta da un terzo, anche contro la volontà del creditore (purché questi non abbia interesse all’esecuzione personale della prestazione da parte del debitore).

I requisiti oggettivi riguardano la conformità oggettiva della prestazione eseguita alle varie determinazioni previste nel titolo e nella legge. Al riguardo la legge stabilisce (art. 1181) genericamente che l’adempimento deve essere “esatto” ed integrale, potendo il creditore rifiutare l’ adempimento parziale anche se la prestazione è divisibile. Le rate non costituiscono adempimento parziale, perché sono ciascuna in sé completa. Se la prestazione è parzialmente impossibile il debitore si libererà dal vincolo obbligatorio eseguendola per la parte possibile (art.1258). Se il creditore rifiuta la prestazione esatta, può essere costituito in mora.

Sotto il profilo esecutivo, la prestazione da adempiere va vista alla luce dell’art. 1176 del Codice civile, che parla di diligenza nell’adempimento. Qui viene in rilievo un particolare interesse del creditore, che è l’interesse di protezione, al quale corrisponde dal lato passivo un obbligo di cautela.

In altre parole, il debitore, nell’eseguire determinate prestazioni, deve tenere indenni cose e persone che vengono in contatto con lui, sia che si trovino nella sfera del creditore, sia che si presentino come terzi.

Se, durante l’esecuzione della fase adempitiva, si verifica una violazione dell’obbligo di cautela predisposto a tutela della sfera creditoria, il creditore potrà scegliere se agire con un’azione di inadempimento o con l’azione risarcitoria; la sua scelta può risultare condizionata sia dall’entità del risarcimento, sia dall’onere della prova, che è più gravoso se si agisce ex art. 2043 del cod.civ. perché in tal caso occorre dimostrare la colpa.

Nel caso di violazione di un obbligo di cautela predisposto a tutela dei terzi, non vi è dubbio che questi possano agire con l’azione aquiliana.

Qualora l’oggetto dell’obbligazione sia consegnare una cosa determinata questa deve essere adempiuta nel luogo in cui è sorta l’obbligazione, se invece l’oggetto concerne il pagamento di una somma di denaro, questa deve essere effettuata al domicilio del creditore. In tutti gli altri casi il luogo dell’adempimento è il domicilio del debitore.

Qualora non sia fissato alcun termine si presume che il creditore può esigere immediatamente l’esecuzione dell’obbligazione.Qualora risultasse fissato un termine, questo si presume a favore del debitore: pertanto questi può adempiere anche prima la propria obbligazione, mentre è precluso al creditore di richiedere l’esecuzione di questa prima di tale data.

Inesattezza quantitativa dell’adempimento: si tratta di un adempimento parziale. Nell’ipotesi in cui il creditore (contraente deluso) lo ritenga opportuno e conveniente, può chiedere al giudice l’assegnazione della residua porzione della res debita ovvero l’effettuazione del rimanente facere (oggetto dell’obbligazione).

Alternativamente, il creditore può chiedere una riduzione del corrispettivo, oppure la risoluzione per inadempimento, cui consegue il risarcimento del danno. Più problematico è il caso dell’inesattezza qualitativa: bisogna infatti distinguere tra vizi e mancanza di qualità promesse (o essenziali), e consegna di un bene appartenente ad un genus diverso (aliud pro alio).

Si ha il “vizio” delle qualità quando le qualità della res sono alterate al punto da renderla inidonea all’uso o diminuirne fortemente il valore. Si ha “difetto” di qualità, quando mancano del tutto le qualità richieste dalla normale destinazione del bene, mentre si ha aliud pro alio, quando il bene appartiene ad un genus assolutamente diverso da quello pattuito.

La giurisprudenza accomuna le tre ipotesi di inesattezza qualitativa, perché nella pratica è difficile operare una distinzione concettuale netta, e soprattutto perché la cosiddetta «Legge uniforme sulla vendita di cose mobili materiali» (legge n. 816 del 1971) ha unificato la disciplina del “vizio”, del “difetto” e della consegna di aliud pro alio.

L’inadempimento è la mancata o inesatta esecuzione della prestazione dovuta. In tale circostanza si dovrà valutare in che misura il rischio vada sopportato dal debitore e quindi in che misura debba risarcire il creditore e in che misura invece il rischio vada accollato al creditore.

Clausola compromissoria: La clausola compromissoria è una clausola che permette la devoluzione ad arbitri delle possibili controversie derivanti dal contratto nel quale è contenuta. La clausola compromissoria è una clausola indipendente; ciò significa che essa non viene intaccata dalla nullità del contratto. In altre parole: se il contratto è nullo la clausola compromissoria non viene intaccata ma rimane valida ed efficace. La clausola compromissoria (Ex art. 1341 e 1342 comma 2º) è vessatoria se prevista nei contratti predisposti unilateralmente (ossia solo una delle due parti predispone il contratto e le sue clausole) oppure nei contratti redatti utilizzando moduli o formulari (i moduli o i formulari sono delle bozze di contratto spesso utilizzate da alcune associazioni di commercianti che vengono pedissequamente copiate di volta in volta per un numero indefinito di contratti). Un esempio noto di clausola compromissoria è quella utilizzata dalle federazioni sportive (ad esempio la FIGC): all’atto del tesseramento, i tesserati rinunciano ad adire la giustizia ordinaria per tutte le controversie inerenti all’attività sportiva, rimettendosi al giudizio degli organi competenti della federazione stessa (giudice sportivo). Ove la clausola compromissoria sia contenuta in un contratto tra parti domiciliate in paesi diversi non risulteranno applicabili le disposizioni sulla vessatorietà della clausaola stessa in quanto derogate direttamente dalla Convenzione di Ginevra sull’arbitrato Commerciale Internazionale del 1961
Le obbligazioni: L’obbligazione è un vincolo giuridico che si crea tra due o più soggetti, creditore e debitore, in base al quale il debitore s’impegna a compiere una prestazione a favore del creditore secondo le regole dell’ordinamento giuridico. Fonti dell’obbligazione sono:

  • contratti: sono le tipiche fonti delle obbligazioni. Con questo strumento le parti si impegnano volontariamente ad eseguire delle prestazioni. Se si commissiona un quadro il pittore s’impegnerà ad eseguirlo ed una volta finito si sarà obbligati a versare il corrispettivo per l’opera svolta
  • volontà unilaterale: è il caso delle promesse unilaterali previste dall’articolo 1987 c.c. e ss. L’obbligazione nasce solo nei casi previstiti dalla legge
  • atto illecito: in questo caso si prescinde da ogni e qualsiasi accordo tra i soggetti dell’obbligazione, anzi c’è almeno un soggetto (il danneggiato) che non vuole il fatto da cui scaturisce l’obbligazione.

Accade, infatti, che una persona commette un atto illecito, doloso o colposo che sia, che cagiona ad altri un danno ingiusto. A parte le altre conseguenze che possono sorgere in capo all’autore dell’atto, come quelle penali, quest’ultimo sarà tenuto a risarcire il danno a chi l’ha subito. Sorgerà, quindi, una obbligazione che avrà come contenuto la prestazione di solito consistente in una somma denaro a favore del danneggiato che ne diviene creditore; ogni altro fatto o atto idoneo a produrle: si tratta di ipotesi residuali diverse dalle precedenti che i fondano su norme di legge, come la gestione di affari altrui o l’arricchimento senza causa.

I soggetti dell’obbligazioni sono due: il creditore, ovvero, il soggetto attivo che può pretendere l’esecuzione della prestazione; il debitore,ossia, il soggetto passivo che è tenuto ad eseguire la prestazione.

La prestazione è l’oggetto dell’obbligazione. Poiché la prestazione può consistere nello svolgimento di un’attività o nel conseguimento di un risultato, dobbiamo appunto distinguere tra:

  • obbligazioni di mezzi in cui la prestazione consiste in un preciso dovere di compiere quanto è possibile;
  • obbligazioni di risultato in cui la prestazione è soddisfatta solo se si riesce a raggiungere un determinato risultato.

Secondo l’art. 1174c.c. la prestazione deve essere suscettibile di valutazione economica e corrispondere ad un interesse anche non patrimoniale del creditore.

È questa la caratteristica della “patrimonialità” della prestazione, senza cui l’intera obbligazione non potrà più essere considerata come tale. Oltre che suscettibile di valutazione economica , la prestazione deve essere possibile, lecita, determinata o determinabile. La prestazione è possibile quando riguarda attività o risultati materialmente o giuridicamente possibili.

Per questo motivo si distingue tra impossibilità fisica, quando il fatto è oggettivamente e materialmente impossibile, come quando ci si impegna a vendere un bene che non esiste più, o giuridica, quando la prestazione riguardi attività che, seppure non illecite, non sono possibili a causa di divieti di legge, come quando ci s’impegni a vendere un bene demaniale.

Abbiamo parlato di prestazione oggettivamente impossibile; con ciò vogliamo intendere che l’impossibilità di cui stiamo parlando, per impedire il sorgere dell’obbligazione, non deve essere riferita alla persona di chi si è obbligato, ma deve essere assoluta per qualsiasi debitore; se, invece, la prestazione è oggettivamente possibile, avremo l’inettitudine a compiere la prestazione, che non influenza il sorgere della obbligazione, ma rileva solo per l’inadempimento della stessa.
La prestazione deve essere lecita, cioè non deve essere contraria a norme imperative, all’ordine pubblico e al buon costume. La prestazione illecita non è più doverosa proprio perché vietata. Qui si considera la prestazione in sé illecita, che può scaturire tanto da un negozio lecito, quanto da un negozio già illecito; ad esempio la prestazione del “killer” è illecita, come illecito è il relativo accordo, mentre, all’opposto, può essere lecita la prestazione ma illecito l’accordo; ad esempio è nullo il contratto con cui si vogliano ottenere prestazioni sessuali a pagamento, mentre non è illecito di per sé il pagamento di una somma di denaro.

La prestazione deve essere determinata o determinabile. La prestazione è determinata quando è specificata in tutti i suoi elementi, come nel caso in cui si debba una somma di denaro dal preciso ammontare (liquida), mentre non lo sarebbe se si dovesse ” del denaro” . È determinabile quando le parti o la legge fissano i criteri per la sua successiva determinazione, che può essere affidata anche ad un terzo. Ne troviamo esempi nell’art. 1657 c.c. in tema di appalto dove in mancanza di determinazione del compenso ci si riferisce alle tariffe esistenti o agli usi e, se non vi sono neppure questi, è determinata dal giudice, mentre nel caso in cui sia stato incaricato un terzo si parla di “arbitratore” da non confondere con l’arbitro che svolge funzioni analoghe a quella di un giudice.

Le parti possono affidarsi al terzo che deve procedere secondo il suo equo apprezzamento, ma potrebbero anche rimettersi al mero arbitrio del terzo; in questo caso potranno rivolgersi al giudice solo nel caso in cui l’arbitratore abbia agito in dolo, mentre nel caso precedente potranno adire il giudice quando la determinazione del terzo è manifestamente iniqua o erronea ( art. 1349 c.c.).

Le obbligazioni si distinguono anche in base al contenuto in:

  • obbligazione di dare, sono di due specie: consegnare, ovvero, si tende a far acquistare al creditore la disponibilità materiale di una cosa; trasferire, ossia,si tende al trasferimento o alla costituzione di un diritto reale;
  • obbligazione di fare consiste in un qualsiasi comportamento diverso dal dare.

La distinzione tra i due tipi di obbligazione è rilevante soprattutto in merito alle conseguenze dell’inadempimento. Se, infatti, rimane inadempiuta una obbligazione di dare (se non si intende ottenere la risoluzione del contratto ed il conseguente risarcimento del danno) si dovrà attivare quella particolare procedura esecutiva detta “per consegna o rilascio”. Se, invece, non è adempiuta una obbligazione di fare, potrebbe accadere che non sia possibile alcuna procedura esecutiva poiché il “fare” del debitore è infungibile.

Le obbligazioni possono essere: divisibili, in ipotesi di pluralità di creditori o di debitori e in assenza di solidarietà, quando è possibile l’adempimento parziale; indivisibile quando la prestazione ha per oggetto una cosa o un fatto che non è suscettibile di divisione per sua natura o per il modo in cui è stato considerato dalle parti contraenti. Si parla, quindi, di indivisibilità assoluta o relativa.

L’indivisibilità assoluta, si verifica quando la prestazione ha per oggetto una cosa invisibile per natura o un fatto che non ammette esecuzione parziale.
L’indivisibilità relativa, invece, si ha quando la prestazione ha per oggetto una cosa o un fatto naturalmente divisibile, ma che le parti hanno deciso di considerarlo indivisibile. Secondo l’art. 1317 c.c. cui le obbligazioni indivisibili sono regolate dalle norme sulle obbligazioni solidali, in quanto applicabili.

Le obbligazioni possono essere anche: alternativa,ovvero, debitore di un’obbligazione alternativa si libera eseguendo una delle due prestazioni dedotte in obbligazione, ma non può costringere il creditore a ricevere parte dell’una e parte dell’altra. Da questo punto di vista si distinguono dalle obbligazioni ad oggetto cumulativo, dove l’interesse del creditore è soddisfatto quando sono eseguite tutte le prestazioni che sono oggetto dell’obbligazione; facoltativa, in questa vi è una sola prestazione da eseguire, ma il debitore può liberarsi eseguendone un’altra già individuata in precedenza con il creditore.

Non c’è, quindi, alternatività in quanto la prestazione è unica, ma il debitore può liberarsi con un’altra prestazione, come nel caso in cui il debitore s’impegni a consegnare un certo tipo di autovettura, ma può scegliere di adempiere con la consegna di un diverso modello. In questo caso, però, se l’autovettura si distrugge in un sinistro prima della consegna per causa non imputabile al debitore, non si potrà adempiere consegnando l’altro veicolo, perché essendo l’ obbligazione semplice, l’impossibilità sopravvenuta estingue l’obbligazione.

Le obbligazioni pecuniarie sono obbligazioni che hanno ad oggetto una somma di denaro (art. 1277 e ss. c.c.). il pagamento dell’obbligazione pecuniaria va fatta con moneta che abbia il corso legale nello stato al tempo dell’adempimento e per il suo valore nominale.

Le obbligazioni degli interessi riguardano i crediti liquidi ed esigibili di somme di danaro producono interessi di pieno diritto, salvo che la legge o il titolo stabiliscano diversamente; gli interessi vengono considerati come frutti civili del danaro, ed è proprio per questo motivo che per prodursi sono necessarie le tre condizioni indicate dall’articolo 1282, e precisamente:

  • credito avente ad oggetto una somma di danaro;
  • credito liquido, cioè esattamente determinato del suo ammontare;
  • credito esigibile, non sottoposto, quindi, a termine o a condizione.

Gli interessi hanno natura:

  • percentuale
  • periodica
  • accessoria
  • pecuniaria

Le obbligazioni degli interessi si distinguono in diversi tipi in relazione alle fonti che le producono:

  • interessi legali sono previsti dall’articolo 1282 c.c. secondo una percentuale del capitale, detto saggio, indicato dal codice civile. La determinazione di un tasso d’interesse superiore a quella legale deve risultare per iscritto
  • interessi convenzionali sono previsti dalla libera volontà delle parti
  • interessi usurari sono gli interessi e cui saggio superi una percentuale, l’ultima del 50%, stabilita dalla legge rispetto agli interessi medi effettivi praticati dalle banche ed intermediari finanziari. La clausola che appone interessi usurari è nulla, e non saranno dovuti nemmeno gli interessi legali (art. 1815 c.c.)
  • interessi moratori sono dovuti in conseguenza al ritardo nell’adempimento. Hanno natura risarcitoria
  • interessi corrispettivi sono dovuti a compenso del godimento del danaro altrui.

Le obbligazioni naturali sono quelle che hanno per contenuto prestazioni eseguite in adempimento di doveri morali o sociali.

Cause di estinzione dell’obbligazione sono:

  • adempimento: Con l’adempimento cessa l’obbligazione e vengono meno sia ha la pretesa del creditore sia l’obbligo del debitore;
  • imputazione dei pagamenti: se lo stesso debitore debba adempiere più obbligazioni allo stesso creditore, ma si presenti da lui per eseguire un solo pagamento allora si può verificare se i debiti sono della medesima specie e verso la stessa persona il debitore contestualmente al pagamento può dichiarare quale debito intende soddisfare; in mancanza della dichiarazione del debitore, il potere di scelta spetterà al creditore che rilascerà apposita quietanza indicando il debito cui imputare il pagamento; mancando entrambe le dichiarazioni il pagamento deve essere imputato al debito scaduto; se vi sono più debiti scaduti a quello meno garantito; tra quelli più garantiti a quello più oneroso; tra più debiti onerosi a quello più antico. Se tutti questi criteri non si riscontrano, l’imputazione andrà fatta proporzionalmente ai vari debiti.
  • Compensazione: si verifica quando due persone sono obbligate una verso l’altra per debiti e crediti reciproci; in questo caso i reciproci debiti e crediti si estinguono per le quantità corrispondenti. Ci sono tre tipi di compensazione: compensazione legale opera automaticamente fin dal momento della coesistenza dei reciproci rapporti di debito e credito; compensazione giudiziale si verifica quando il debito opposto in compensazione non è liquido, cioè non è esattamente determinato, ma è di facile è pronta soluzione. In questo caso il giudice può dichiarare la compensazione per la parte del debito che riconosce esistente; compensazione volontaria anche quando i debiti i crediti reciproci non presentino le caratteristiche di omogeneità, liquidità e esigibilità, possono essere comunque. La compensazione è un mezzo di estinzione dell’obbligazione a carattere satisfattorio perché ciascun soggetto rimane soddisfatto ottenendo l’estinzione del proprio credito.Una particolare disciplina è prevista dal codice civile (art. 1242) in merito all’eccezione di compensazione; Abbiamo visto, infatti, che la compensazione legale opera automaticamente senza che sia necessaria un’ulteriore manifestazione di volontà da parte del creditore o del debitore. Tuttavia l’articolo 1242 dispone che il giudice non può rilevare d’ufficio l’avvenuta compensazione.
  • Confusione: si verifica quando in uno stesso soggetto si riuniscono le qualità di debitore e creditore. La confusione opera automaticamente, (ope legis) senza che sia necessaria un’apposita dichiarazione di volontà.Se i debiti erano garantiti da terzi, l’estinzione dell’obbligazione verificatasi in seguito alla compensazione, comporterà anche la cessazione delle garanzie da loro prestate. Analogamente a quanto accade per la compensazione, la confusione non può operare in pregiudizio dei terzi che hanno acquistato diritti di usufrutto o di pegno sul credito.Se, infine, vengono a confondersi le qualità di debitore e fideiussore, la fideiussione si estingue a meno che il creditore non abbia interesse a mantenerla in vita.La confusione soddisfando l’interesse del creditore, è un modo di estinzione delle obbligazioni a carattere satisfattorio
  • Novazione
  • Dazione in pagamento: con la dazione in pagamento il debitore intende liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta. In tal caso l’obbligazione originaria si estingue se vi è il consenso del creditore e la diversa prestazione viene effettivamente eseguita. la dazione in pagamento si distingue dalla novazione perché con la novazione si ha immediata estinzione della vecchia obbligazione e nascita di una nuova senza che quest’ultima debba essere necessariamente eseguita. Con la dazione in pagamento, invece, l’estinzione dell’obbligazione si verifica solo quando diversa prestazione è eseguita e senza che debba nascere una nuova obbligazione al posto della precedente.
  • Remissione del debito: con la remissione del debito il creditore rinunzia in tutto in parte al suo credito nei confronti del debitore. La comunicazione al debitore della remissione fa estinguere l’obbligazione salvo che il debitore dichiari in un congruo termine di non volerne profittare; si distinguono due tipi di remissione del debito: 1. remissione espressa: si verifica nel caso ordinario in cui il creditore comunica al debitore la remissione del debito 2. remissione tacita: è il caso previsto dall’articolo 1237 del codice civile secondo cui la restituzione volontaria del titolo originale del credito fatta dal creditore al debitore costituisce prova della liberazione.
  • Impossibilità sopravvenuta: l’obbligazione si estingue quando per causa non imputabile al debitore la prestazione diviene impossibile. L’impossibilità deve essere: sopravvenuta: deve intervenire dopo la nascita dell’obbligazione, oggettiva e assoluta: la prestazione deve essere oggettivamente impossibile e non divenuta impossibile solo per il debitore che, ad esempio, non può invocare l’impossibilità adducendo di non avere i mezzi economici per adempiere, non imputabile al debitore: il debitore non deve aver causato con il suo comportamento impossibilità della prestazione, ad esempio provocando la distruzione del bene a consegnare. L’impossibilità quindi, deve derivare da caso fortuito o da forza maggiore, definitiva. Altre ipotesi relative all’impossibilità fanno riferimento alla: impossibilità temporanea consiste in una situazione oggettiva che impedisce temporaneamente al debitore di eseguire una prestazione; impossibilità parziale la prestazione è divenuta solo parzialmente impossibile. La prova dell’impossibilità è a carico del debitore ex. art. 1218 c.c. che deve provare la oggettività e assolutezza dell’impossibilità. Si distinguono quindi: 1. impossibilità oggettiva, che fa riferimento alla prestazione in sé tale che nessun debitore potrebbe eseguirla; 2. impossibilità soggettiva, che attiene alla persona del debitore che non è in grado, fisicamente o economicamente, di eseguirla mentre potrebbe essere eseguita da altri.

Confusione: la confusione si verifica quando nello stesso soggetto si riuniscono le qualità del creditore e del debitore; questa ipotesi si verifica in seguito a situazi0ni giuridiche poste in essere volontariamente dal soggetto oppure di natura accidentale. Essa opera automaticamente, senza che sia necessaria una dichiarazione di volontà. Se i debiti erano garantiti da terzi, l’estinzione dell’obbligazione verificatasi in seguito alla compensazione, comporterà anche la cessazione delle garanzie da loro prestate. Analogamente a quanto accade per la compensazione, la confusione non può operare in pregiudizio dei terzi che hanno acquistato diritti di usufrutto o di pegno sul credito. Se, infine, vengono a confondersi le qualità di debitore e fideiussore, la fideiussione si estingue a meno che il creditore non abbia interesse a mantenerla in vita. La confusione soddisfando l’interesse del creditore, è un modo di estinzione delle obbligazioni a carattere satisfattorio.

Compensazione: la compensazione si verifica quando due persone sono obbligate una verso l’altra per debiti e crediti reciproci; in questo caso i reciproci debiti e crediti si estinguono per le quantità corrispondenti. Il nostro codice conosce tre tipi di compensazione:

  • (Art. 1243) compensazione legale: opera automaticamente fin dal momento della coesistenza di reciproci rapporti di debito e credito quando questi siano omogenei, liquidi ed esigibili;
  • (Art. 1243 II comma) compensazione giudiziale: si verifica quando il debito opposto in compensazione non è liquido, cioè non è determinato. In questo caso il giudice può dichiarare la compensazione per la parte del debito che riconosce esistente;
  • ( art. 1252) compensazione volontaria: anche quando i debiti e i crediti reciproci non presentino le caratteristiche di omogeneità, liquidità e esigibilità , possono comunque essere compensati in base all’accordo tra le parti.

L’articolo 1246 del codice civile indica i casi in cui la compensazione non si verifica, nonostante l’esistenza delle altre condizioni previste dalla legge. In particolare si vieta la compensazione per i crediti per cui il proprietario sia stato ingiustamente spogliato, per la restituzione di cose depositate o date in comodato, per crediti dichiarati impignorabili, per rinunzia alla compensazione e negli altri casi in cui il divieto è stabilito dalla legge come nell’ipotesi in cui il credito abbia natura alimentare.

La compensazione è un mezzo di estinzione dell’obbligazione a carattere satisfattorio perché ciascun soggetto rimane soddisfatto ottenendo l’estinzione del proprio credito.Una particolare disciplina è prevista dal codice civile (art. 1242) in merito all’eccezione di compensazione;Abbiamo visto, infatti, che la compensazione legale opera automaticamente senza che sia necessaria un’ulteriore manifestazione di volontà da parte del creditore o del debitore. Tuttavia l’articolo 1242 dispone che il giudice non può rilevare d’ufficio l’avvenuta compensazione.Di conseguenza solo la parte costituite in giudizio potrà eccepire l’avvenuta compensazione. Se, infine, tra debitore e creditore vi erano diversi rapporti di debito credito, la compensazione ha effetto in applicazione dei criteri legali d’imputazione del pagamento previsti dall’articolo 1249 c.c.
Diritto di recesso:Diritto di Recesso consiste nella possibilità per una delle parti contraenti di sciogliere unilateralmente un contratto, estinguendone tutte le obbligazioni che ne derivano, senza il consenso della controparte e senza andare incontro a penali.

Il recesso unilaterale del contratto deve essere comunicato in forma scritta alla controparte entro un termine stabilito per legge, o diverso termine, purché più favorevole, stabilito nel contratto, in apposita clausola per l’esercizio del diritto di recesso.

IL recesso unilaterale nei contratti ad esecuzione continuata o periodica in questi contratti, come ad esempio il contratto di somministrazione, il diritto di recesso può essere esercitato anche se il contratto ha già avuto un principio di esecuzione, ma il recesso non ha effetto per le prestazioni già eseguite e per quelle in corso di esecuzione.

IL corrispettivo per il diritto di recesso le parti possono convenire che il diritto di recesso possa essere esercitato in cambio di una prestazione, di solito consistente nel versamento di una somma di denaro, o dietro la corresponsione di una caparra (penitenziale).

IL recesso unilaterale nei contratti di durata i contratti durata sono quelli in cui l’esecuzione si protrae nel tempo. Se non è previsto un termine per la cessazione del rapporto, è possibile recedere dal contratto in ogni momento ma tale diritto deve essere esercitato secondo buona fede. In alcuni casi, però, per recedere è necessario un congruo preavviso ( come nel mandato ex art. 1727 c.c.).

IL recesso unilaterale dei contratti stipulati dai consumatori nei contratti stipulati dei consumatori al di fuori dei locali commerciali dell’imprenditore o a distanza, è data facoltà ai consumatori di recedere dal contratto stipulato entro sette giorni dalla stipula dell’atto, se stipulato al di fuori dei locali commerciali, ed entro dieci giorni se stipulato a distanza (d. lgs. n 50\1992, ma ora sostituito da analoga norma del codice del consumo).

Separazione consensuale: La separazione consensuale è l’istituto giuridico attraverso il quale marito e moglie, di comune accordo tra loro, decidono di separarsi.

La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione (diritti patrimoniali, mantenimento del coniuge debole, diritti di visita e mantenimento della prole, assegnazione della casa coniugale).

La separazione consensuale ha inizio con il deposito del ricorso, che in quasi tutti i tribunali può anche avvenire senza l’assistenza di un avvocato.

All’udienza che sarà fissata dinanzi al presidente del tribunale, i coniugi devono comparire personalmente per il tentativo obbligatorio di conciliazione. Il presidente del tribunale può adottare gli eventuali provvedimenti che riterrà necessari ed urgenti. È da questa data che decorre il termine di tre anni per poter richiedere il divorzio.

Successivamente, se gli accordi sono ritenuti equi e non pregiudizievoli per i coniugi e soprattutto per la prole, il tribunale dispone con decreto l’omologazione delle condizioni (decreto di omologa), così determinando di diritto la separazione.

Le condizioni stabilite in sede di separazione consensuale potranno comunque essere modificate o revocate qualora intervengano fatti nuovi che mutano la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli.

Cessione del credito: La cessione del credito è un negozio dispositivo con cui si trasmette un diritto ad un altro soggetto che subentra nel rapporto obbligatorio; in forza di esso avviene una modificazione soggettiva del rapporto obbligatorio dal lato attivo. I presupposti per aversi cessione del credito sono due:

  •  titolarità della posizione soggettiva da cedere;
  • disponibilità della posizione soggettiva da parte del titolare (restano esclusi, pertanto, dal novero dei diritti cedibili i cd. diritti indisponibili, dichiarati tali dalla legge o indisponibili per loro natura, perché in tal caso vi è difetto di legittimazione a disporre).

Generalmente non sono disponibili certe situazioni soggettive inerenti alla persona del titolare (come ad esempio i crediti per alimenti) oppure intimamente connessi con una posizione soggettiva più ampia, come avviene ad esempio con riferimento ai diritti potestativi. Qui si è posto in dottrina il problema della cedibilità del patto di riscatto, che risulta indisponibile e incedibile se configurato come diritto potestativo di recesso, e invece cedibile se considerato come condizione risolutiva del contratto.
Per quanto riguarda i cd. diritti accessori, di regola è ammessa la loro cessione unitamente ai diritti principali cui ineriscono, ma in taluni casi è ammissibile anche una cessione autonoma (ad esempio, cessione del diritto agli interessi).

È un contratto bilaterale (rileva l’accordo concluso tra cedente e cessionario) con efficacia reale (il trasferimento del diritto avviene con il raggiungimento dell’accordo e a seguito della notifica al debitore). Il creditore cedente aliena ad un terzo, detto cessionario, il proprio diritto di credito, dietro il pagamento di un corrispettivo o a titolo gratuito. Se la cessione è a titolo oneroso il creditore cedente dovrà garantire l’esistenza e la validità del diritto di credito; se invece la cessione sarà a titolo gratuito il creditore cedente risponderà al cessionario solo per evizione. La notifica al debitore dell’avvenuta cessione è prassi necessaria per rendere efficace il negozio; ove manchi la notifica ed il debitore esegua la prestazione nei confronti del creditore cedente, questo comportamento non gli potrà essere imputato e far sorgere in capo ad esso alcuna responsabilità. Se sono avvenute più cessioni dello stesso diritto di credito sarà valida la cessione la cui notifica è stata per prima conosciuta dal debitore. Il terzo subentra nella titolarità del diritto il cui oggetto e i cui elementi accessori (garanzie reali e personali, privilegi)non mutano per l’avvenuta cessione, ma vengono anzi mantenuti. La cessione può essere:

  •  Pro soluto:Quando il cedente non deve rispondere dell’eventuale inadempienza (solvibilità) del debitore. Garantisce solamente dell’esistenza del credito.
  • Pro solvendo:Quando invece il cedente risponde dell’eventuale inadempienza del debitore.

Ulteriore figura di cessione è la cessione del credito in garanzia, che si configura come ipotesi intermedia fra pegno di crediti e cessione pro solvendo (“in funzione di adempimento”).

Oggetto della cessione: Possono essere oggetto di cessione di credito non solo il diritto al conseguimento di una somma di danaro, ma anche il credito di una qualunque prestazione di dare, fare o consegnare.

L’art. 1260 del Codice civile dispone: «Il creditore può trasferire a titolo oneroso o gratuito il suo credito, anche senza il consenso del debitore, purché il credito non abbia carattere strettamente personale, o il trasferimento non sia vietato dalla legge. Le parti possono escludere la cedibilità del credito, ma il patto non è opponibile al cessionario, se non si prova che egli lo conosceva al tempo della cessione».

In quest’ultimo caso, se il cedente viola il patto sarà comunque obbligato al risarcimento verso il debitore ceduto, ma la cessione avrà comunque effetti, salvo si dimostri la malafede del cessionario.

Il cessionario (art. 1264) è tenuto alla notifica della cessione al ceduto (debitore) dato che, in mancanza di essa, se il ceduto adempie al cedente invece che al cessionario egli è liberato dall’obbligazione a meno che il cessionario non provi che il ceduto era a conoscenza dell’esistenza della cessione. In questo caso il ceduto dovrà pagare nuovamente al cessionario, salvo vedersi poi restituito il pagamento dal cedente.

Obbligazione del cedente è quella di garantire l’esistenza del credito al momento della cessione (pro soluto), mentre il cedente non risponderà dell’eventuale inadempimento del contraente ceduto a meno che egli non dichiari espressamente di assumersi tale garanzia (in tal caso si avrà cessione pro solvendo).

Datio in solutum: la Datio in solutum (dazione in pagamento o prestazione in luogo dell’adempimento art. 1197 c.c.) indica in diritto la “prestazione in luogo di adempimento”, cioè la sostituzione della prestazione originariamente dovuta con una di natura diversa. Lo schema è il seguente: un pagamento in natura (mediante il conferimento di beni) al posto del pagamento in denaro, ove non previsto originariamente, è una datio in solutum). In altri termini Tizio è obbligato a dare 1000 euro a Caio, ma non avendo denaro liquido consegna in pagamento a Caio, che accetta, un bene mobile del valore di mille euro.

L’istituto rientra tra i modi di estinzione dell’obbligazione diversi dall’adempimento, in particolare tra i modi satisfattivi dell’interesse creditorio. In ossequio al principio secondo il quale non è normalmente possibile (salvo nel contratto a favore di terzo) modificare la situazione patrimoniale di un soggetto senza il suo consenso, è essenziale la volontà del creditore e l’accordo tra i due soggetti del rapporto obbligatorio, pertanto siamo in presenza di un contratto solutorio. Ad esso si applicano pertanto le regole previste dalla disciplina generale del contratto. Anche se la prestazione offerta in sostituzione fosse di valore maggiore di quella dovuta, essa non può liberare il debitore dalla propria obbligazione senza il consenso del creditore, che deve quindi accettare la prestazione specificando che la considera come adempimento.

L’effetto solutorio, ai sensi dell’art. 1197 del codice civile, si verifica solo al momento in cui la prestazione diversa viene eseguita dal debitore. L’esecuzione diviene dunque un requisito legale dell’effetto solutorio del contratto.

Persona fisica e persona giuridica: In diritto è persona fisica ogni essere umano senza fare distinzione di sesso, razza, lingua, opinione e condizione sociale in quanto soggetto di diritto e, quindi, dotato di capacità giuridica.

Negli ordinamenti statali attuali la soggettività giuridica è riconosciuta a tutti gli esseri umani; in ordinamenti del passato, invece, esistevano esseri umani ai quali non era attribuita alcuna soggettività giuridica: gli schiavi. La soggettività giuridica delle persone fisiche non è sempre presente negli ordinamenti diversi da quelli statali: ad esempio, nell’ordinamento internazionale sono soggetti di diritto gli stati e le organizzazioni internazionali ma non le persone fisiche (anche se, secondo alcuni autori, lo sarebbero divenute nei tempi più recenti, in considerazione del fatto che molte norme del diritto internazionale umanitario sembrano avere come destinatari non soltanto gli stati ma anche le persone fisiche).

Nell’ordinamento italiano sono persone fisiche gli esseri umani che con la loro nascita diventano soggetti rilevanti ai fini del diritto, in quanto secondo l’articolo 1 del codice civile divengono titolari di diritti e doveri, cioè acquisiscono la capacità giuridica. Con il raggiungimento della maggiore età, 18 anni per l’ordinamento italiano, la persona fisica acquisisce la capacità di agire, cioè la possibilità di porre in essere atti rilevanti ai fini giuridici. Al momento della morte dell’individuo si estingue anche la sua soggettività giuridica.

In diritto con la locuzione persona giuridica (o, secondo una vecchia terminologia, ente morale) s’intende un complesso organizzato di persone e di beni al quale l’ordinamento giuridico attribuisce la capacità giuridica facendone così un soggetto di diritto.

In generale la capacità giuridica riconosciuta alla persona giuridica (personalità giuridica) è meno estesa di quella riconosciuta all’essere umano in quanto soggetto di diritto, ossia alla persona fisica, poiché la persona giuridica non può essere parte di quei rapporti giuridici che, per loro natura, possono intercorrere solo tra persone fisiche (l’esempio tipico è rappresentato dai rapporti familiari).

La persona giuridica è costituita da:

  • un elemento materiale (o substrato sostanziale) che può a sua volta consistere in un insieme di individui (nelle corporazioni) o un patrimonio (nelle fondazioni) ordinati ad uno scopo;
  • un elemento formale, il riconoscimento.

Quest’ultimo può essere attribuito dall’ordinamento:

  1. con una norma generale che riconosce tutte le persone giuridiche in possesso di determinati requisiti;
  2. con una norma posta appositamente per una determinata persona giuridica;
  3. con un apposito provvedimento, posto in essere per una determinata persona giuridica.

Mentre le persone fisiche o giuridiche riunite in una corporazione (gli associati) sono un elemento costitutivo della stessa, il fondatore, ossia la persona fisica o giuridica che destina un patrimonio ad uno scopo, creando così una fondazione, rimane estraneo a quest’ultima.

Le persone giuridiche hanno un’organizzazione, con una struttura organizzativa articolata in uffici; tra gli uffici si distinguono quelli che hanno come titolari (o, secondo altra ricostruzione teorica, sono) organi della persona giuridica e compiono gli atti giuridici imputati alla stessa. Un’organizzazione, tuttavia, è posseduta anche da altri enti, privi dell’elemento formale del riconoscimento: se l’ordinamento attribuisce a questi enti un certo grado di autonomia patrimoniale, secondo una diffusa teoria, si deve ritenere che essi, pur non essendo persone giuridiche, siano comunque soggetti di diritto.

Si suol dire che le corporazioni sono organizzazioni di persone, mentre le fondazioni sono organizzazioni di beni. In realtà è difficile immaginare una corporazione che possa raggiungere i suoi scopi senza avvalersi di un patrimonio, così come una fondazione che non si avvalga di persone: tutti gli enti, in quanto organizzazioni, sono complessi di persone e beni, la differenza sta nel fatto che per l’ordinamento nelle corporazioni è essenziale la presenza dalle persone (gli associati) mentre nelle fondazioni è essenziale la presenza di un patrimonio; questo a prescindere dalla constatazione che, nella pratica, il rilievo di tali componenti può essere diverso (si pensi ad una società per azioni, persona giuridica di tipo corporativo nella quale, tuttavia, la componente patrimoniale finisce di solito per avere un rilievo ben maggiore di quella personale).

Negli ordinamenti statali tra le persone giuridiche private si annoverano le associazioni e le fondazioni riconosciute nonché le società per azioni e le altre società commerciali dotate di personalità giuridica.

Le associazioni sono organizzazioni di persone costituite per il perseguimento di finalità non economiche, mentre le società sono organizzazioni di persone costituite per svolgere un’attività economica al fine di dividerne gli utili (scopo di lucro). Ai diversi tipi di società l’ordinamento può attribuire diversi gradi di autonomia patrimoniale, sicché non tutti sono caratterizzati dalla personalità giuridica in senso stretto: si distinguono, al riguardo, le società di capitali (di cui il prototipo è la società per azioni), dotate di personalità giuridica, dalle società di persone, che ne sono prive (tuttavia in alcuni ordinamenti, come Francia e Brasile, hanno anch’esse personalità giuridica). Taluni ordinamenti consentono la costituzione di società unipersonali dotate di personalità giuridica (così ora anche in Italia).

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