Difendere la Costituzione è un dovere morale e civico!

Dopo una lunghissima, e a tratti mentalmente estenuante, campagna elettorale finalmente domenica si vota. Per quanto sia stato gonfiato di significati politici, si tratterà dello spartiacque più importante degli ultimi decenni per la composizione del nostro sistema democratico e istituzionale.

Purtroppo da molti è stata presa come un gioco, regalandoci probabilmente una delle campagne elettorali più brutte mai viste. Una campagna che di rado è entrata nel merito varcando, di volta in volta, i temi della politica becera, quella che con una frittura si compra il voto.

Già di ciò, a dire il vero, ne avevamo avuta riprova nella strutturazione e approvazione della riforma.

Infatti, questo Parlamento, eletto con un premio dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale, non era pienamente legittimato a riformare a colpi di maggioranza 47 articoli della Carta. La Costituzione è lo specchio in cui si riflette un popolo in tutte le sue espressioni, e, di fatto, il governo, si è reso il vero regista di questa rottura democratica, adoperando espedienti come il canguro, che hanno esautorato il parlamento della sua funzione.

La cosa tragica, in un momento in cui il nostro paese vive una divisione endemica, è stata la volontà di voler perseguire in una riforma liberticida, che ha ancor di più marcato tale divisione. Divisione che nei prossimi anni difficilmente sarà ricucibile. Ma a quale scopo? Il comitato del Sì ha puntato tutto sul cambiamento fine a se stesso, sulla velocità delle leggi, sul superamento del bicameralismo e sull’abbattimento dei cosi. Ma è realmente così?

NO! Vero, che la mia è una risposta di parte, ma confrontandomi con insegnanti della mia facoltà, seguendo personalità del mondo giudico e forense che hanno reso onore alla carta Costituzionale e al nostro paese, la mia idea è più che chiara.

La riforma Costituzionale formalizzata dal Governo Renzi, e sostenuta da Confindustria e dalle lobbies finanziarie ed economiche, è un attacco diretto alla nostra possibilità di decidere sul futuro delle nostre vite e dei nostri territori, esautorandoci, di fatto, della possibilità di essere cittadini. Inoltre non è vero che viene toccata “soltanto” la seconda parte della Costituzione, infatti, quando si stravolge la struttura dello Stato, quando saltano gli equilibri e le garanzie, vengono indirettamente intaccati i diritti e le libertà sanciti nella prima parte.

Il nuovo Senato non sarà una Camera eletta a suffragio universale, nonostante il nostro premier mostri in modo truffaldino una scheda che si riferisce a una legge ancora non approvata dal Parlamento. Inoltre il doppio lavoro dei senatori è un elemento di disfunzionalità: il sindaco e il consigliere regionale sono chiamati a svolgere una funzione amministrativa, basata sulla rapidità delle decisioni; invece il senatore, che svolge una funzione politica, dovrebbe badare di più alla ponderatezza delle sue scelte legislative.

Per quando concerne invece le modalità di approvazione legislativa, molti costituzionalisti, dopo aver analizzato il nuovo articolo 70, hanno contato tra i 7 e 13 procedimenti legislativi diversi. Infatti, l’articolo 70 tratta in modo confuso i vari percorsi che dovranno seguire le leggi, portando all’eventuale produzione di contenziosi continui tra Camera e Senato. Le questioni che oggi si risolvono nella giunta del regolamento della Camera o del Senato, domani finiranno sotto forma di conflitto tra poteri davanti alla Corte costituzionale.

Per quanto concerne la riduzione dei costi, essa è ridicola rispetto ai costi per la democrazia. Infatti, la Ragioneria generale dello Stato ha stimato in 57,7 milioni di euro i risparmi della riforma. Il costo di un caffè all’anno per cittadino!

Gli strumenti di democrazia diretta non vengono potenziati. Le firme da raccogliere per le leggi d’iniziativa popolare passeranno da 50 a 150 mila e il quorum per i referendum  abrogativi si ridurrà solo con un aumento delle firme da 500 mila a 800 mila.

La parte della riforma che tocca il Titolo V, comporterà nuovi squilibri tra stato centrale ed enti locali, creando nuovi squilibri amministrativi. Infatti, gli Enti territoriali, che spesso si sono fatti carico delle istanze dei cittadini, contribuendo a migliorare la realizzazione di taluni progetti o evitando, quando ciò fosse manifesto, che il territorio venisse devastato, non avranno più voce in capitolo su materie o politiche cruciali per la sorte delle collettività locali, quali, ad esempio, l’energia, le infrastrutture, il governo del territorio, la valorizzazione dei beni culturali e, più in generale, ogni altra materia che il Governo dovesse ritenere di lasciar disciplinare al solo Parlamento nazionale, in virtù della cosiddetta “clausola di supremazia”.

È necessario cambiare la carta Costituzionale, ma farlo in meglio. Cambiare in modo peggiorativo è una possibilità che non ci possiamo permettere. Bisogna difendere la Costituzione. Domenica quando andremo a votare bisogna fare nostre le parole dell’ex Capo di Stato, Sandro Pertini, pronunciate il 31 dicembre 1979, le quali asserivano che “Dietro ogni articolo della Costituzione stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. La Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi”. Sarà un dovere civico e morale votare NO!

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