70 anni tra propaganda e verità storica

fascismo

A pochi giorni dal settantesimo anniversario della liberazione dell’Italia dal nazifascismo e nel giorno, temporalmente uguale, della morte di Benito Mussolini, il dibattito in Italia è ancora vivo sui meriti e demeriti del fascismo.

Nonostante siano passati settant’anni, il popolo italiano ancora si divide tra fascisti e antifascisti, tra chi vorrebbe il ritorno di un regime totalitario che esautorò il popolo delle proprie responsabilità e chi, avendo nozione, conosce i drammi che ciò comporterebbe.

La mia preoccupazione sugli italiani è che vivono ancora nel ricordo della propaganda di un mondo ideale e perfetto che era tale, appunto, solo nella propaganda e nella parola, infatti, analizzando le frasi che si asseriscono nel giustificare e auspicare un ritorno del fascismo, riscontriamo dietro tutta la falsità storica che ha portato a una strumentalizzazione del pensiero.

La vulgata più diffusa sul fascismo è sicuramente quella che sotto il regime i treni arrivassero puntuali, ma ciò è facilmente smentito dal giornalista George Seldes che nel 1936 dichiarò: “E’ vero la maggioranza degli espressi su cui salgono i turisti stranieri, sono in genere in orario, ma sulle linee minori i ritardi sono frequenti”. L’inglese Elisabeth Wiskemann, sempre nel 1936, asserì: “Ho preso molte volte il treno e spesso sono arrivata in ritardo”. Lo storico Denis Mack Smith sostenne che la puntualità dei treni durante il periodo fascista è uno dei “miti accettati del fascismo”, ma, in effetti, tra le due guerre l’Italia fruiva una rete ferroviaria inadeguata e arretrata.

Un’altra vulgata è quella che vede Mussolini come fautore della previdenza sociale, quando in realtà la stessa nasce nel 1898, quando il Benito nazionale aveva solo 15 anni, con l’istituzione della “Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”; nel 1933, sotto il regime fascista, venne semplicemente rinominata INPS, adeguandola al tasso di inflazione del periodo e al mutamento storico della condizione di vita degli italiani. La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969, quando Mussolini e il regime fascista erano morti da 24 anni.

Sempre sul tema previdenza, un’altra inesattezza è quella che vede Mussolini come fautore dell’indennità di malattia, in realtà la stessa è stata istituita nel 1947 con decreto legislativo del capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola. Nel 1968 sarà poi estesa a tutti i lavoratori, anche coloro che operavano nel settore privato e nel 1978, verrà estesa, oltre che l’indennità retributiva in caso di malattia, anche il diritto all’assistenza medica con la costituzione del Servizio Sanitario Nazionale.

Sul tema del lavoro va riconosciute le innovazioni legislative portate dal fascismo, ma anche qua la storia da bar ha preso il soppravvento sulla realtà, attribuendo al regime il merito di aver istituito la cassa d’integrazione e la tredicesima.

Infatti, la Cassa Integrazione Guadagni, nella sua struttura è stata costituita solo nel 1947, vista come misura finalizzata al sostegno dei lavoratori dipendenti di aziende che durante la guerra erano state colpite e non erano in grado di riprendere normalmente l’attività.

Mussolini istituì la tredicesima solo per i lavoratori dell’industria pesante, fu dopo la caduta del fascismo che le mensilità aggiuntive divennero ad appannaggio di tutti i lavoratori, rispettivamente con l’accordo interconfederale per l’industria del 27 ottobre 1946 e per tutti i lavoratori dipendenti a decorrere dal D.P.R. 28 luglio 1960 n. 1070.

Sul piano dei diritti dell’individuo, nonostante sia evidente come un regime come quello fascista abbia limitato e ad alcuni tolto i diritti, c’è una vulgata sul miglioramento dei diritti alle donne che non trova fondamenti storici, infatti, Mussolini, non diede mai il diritto al voto alle donne, infatti, le stesse erano escluse dalla vita pubblica.Durante il fascismo, la loro condizione è paragonabile a quella imputata impropriamente alle donne sotto l’islam da parte dei “fascisti del terzo millennio”.
La prima volta che le donne furono ammesse al voto nazionale fu solo al referendum del 1946.

Oggi anche se per molti, come Salvini, parlare di antifascismo è ridicolo e antiquato, sono convinto che il ripudio per certi valori e sentimenti vada affermato con forza, perché quando s’istituzionalizza l’odio e l’intolleranza, e se malauguratamente la stessa dovesse assumere il potere, dovremmo aspettare un altro bagno di sangue prima di ritornare umani.

Ricordo sempre le parole di mio nonno, che ai tempi del fascismo e della resistenza era adolescente, il quale asseriva che il fascismo ti obbligava a sentirti libero e felice, e nonostante ne fosse convinto di esserlo, sentiva un senso di asfissia che scomparve solo con la caduta del fascismo; e sebbene ciò che la Repubblica Italiana ha prodotto per gli italiani è stato di una nefandezza unica, il valore della libertà e della democrazia non può essere delegato all’odio.

Michele Paolella

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